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Abbassati giunco che passa la piena

Editoriale – Abbassati giunco che passa la piena. Si riassume così in pochi giorni le articolate vite di diverse zone del mondo potente. Battiato ha celebrato il detto dedicandogli una canzone “Kaliti iuncu ca passa la china”, del suo ultimo album Apriti Sesamo.  Sono poche parole per tutta una filosofia elaborata in secoli di sofferta sopravvivenza. E la società del terzo millennio è piegata improvvisamente su se stessa senza poter far null’altro che attendere. Ma nel mezzo di questo detto c’è la forza dell’uomo, che non si spezza, e che in ogni circostanza trova la luce per esserne illuminato.
Analizziamo dunque un detto molto semplice ma pieno di significato. E’ l’atto di sottomettersi alla volontà dei più forti o dei più prepotenti. Fra una piena e l’altra, i giunchi possono crescere e fortificarsi. “Aspetta che passi questo periodo, verrà il tuo momento”. L’abbassarsi come un giunco finché non passa la piena dell’avverso destino diventa uno strategico acquattarsi, confidando quindi nello scorrere del tempo e nell’intorbidirsi della memoria. “Piegati giunco finché non è passata la piena”, sta a significare che in certe situazioni è meglio piegarsi per non spezzarsi, attendendo tempi migliori.
Il giunco (Juncus) è una pianta erbacea palustre della famiglia delle Giuncacee. Si tratta di un pianta cespugliosa acquatica e perenne, diffusa particolarmente nelle zone marittime, con stelo elastico e foglie cilindriche, il cui fusto e le cui foglie forniscono materiale da intreccio.
Nella conclusione del primo canto del Purgatorio, Virgilio purifica il volto di Dante con la rugiada e lo cinge alla vita con un giunco schietto (112-136).
Prima di presentarsi all’angelo guardiano dovrà lavare il viso, sporco del fumo dell’Inferno e delle lacrime che l’hanno segnato in più di un’occasione, e dovrà anche cingere i fianchi di un giunco liscio, in segno di umiltà e sottomissione alla volontà divina. Il giunco è la sola pianta a crescere sul bagnasciuga della spiaggia del Purgatorio, in quanto col suo fusto flessibile asseconda il battere delle onde (segno anch’esso di sottomissione, come dimostra il fatto che il giunco è poi definito umile pianta); Dante se ne deve cingere i fianchi dopo essersi già liberato da un’altra corda, che era servita a Virgilio per richiamare Gerione alla fine del Canto XVI dell’Inferno. Non sappiamo se la cosa sia casuale o abbia un preciso significato allegorico, ma il rito conclude il Canto preannunciando ciò che avverrà negli episodi successivi e segnando il passaggio ad un luogo retto da leggi del tutto diverse rispetto a quelle del doloroso regno: la pianta strappata da Virgilio rinasce immediatamente tale qual era, il che riempie Dante di meraviglia e ci fa capire che gli orrori dell’Inferno sono definitivamente alle spalle.
“…Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe…”
Virgilio dice a Dante di seguire i suoi passi e lo invita a tornare indietro, lungo il pendio che da lì conduce alla parte bassa della spiaggia. È ormai quasi l’alba e sta facendo giorno, così che Dante può guardare in lontananza il tremolio della superficie del mare. Lui e Virgilio proseguono sulla spiaggia deserta, come qualcuno che finalmente torna alla strada che aveva perso: giungono in un punto in cui la rugiada è all’ombra e ancora non evapora. Virgilio pone entrambe le mani sull’erba bagnata e Dante, che ha capito cosa vuol fare il maestro, gli porge le guance bagnate ancora di lacrime. Virgilio gli lava il viso e lo fa tornare del colore che l’Inferno aveva coperto, quindi i due raggiungono il bagnasciuga e il maestro estrae dal suolo un giunco, col quale cinge i fianchi di Dante proprio come Catone gli aveva chiesto di fare. Con grande meraviglia di Dante, là dove Virgilio ha strappato il giunco ne rinasce subito un altro.

 

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