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Aldo Truncè: «Processo a distanza, danzando col virus».

Il processo da remoto che restringe le garanzie difensive, "non piace agli avvocati penalisti".

CROTONE. Mercoledì 2 luglio 2020. Oggi giornata caldissima. Periodo di sospensione feriale estiva delle udienze ancora lontano. Siamo stati fermi per un po’, ma adesso gli avvocati italiani possono finalmente tornare a lavorare, ed ho ricominciato anche io, lasciandomi alle spalle il periodo di emergenza del coronavirus. È iniziata da tempo la “fase 2”, quella in cui tutti stiamo imparando a danzare col virus. Non è un tango a due, ma piuttosto un twist, ad un metro di distanza, anzi forse due sarebbe ancora meglio. Oggi agenda non particolarmente impegnativa. Ho una sola udienza davanti al Tribunale di Cosenza, a 120 chilometri da casa mia. In tempi normali avrei dovuto svegliarmi alle sei per essere in udienza alle nove, ma ieri non ho nemmeno puntato la sveglia e oggi mi sono alzato alle otto. Troppo tardi per una doccia, che rimando a fine udienza. Colazione rapida mentre accendo il pc, e nell’attesa che si avviino i sistemi operativi per celebrare il processo in videoconferenza, indosso camicia, cravatta e giacca. Cosa manca? La toga, certo… indispensabile per un avvocato, anche nel processo a distanza. È appesa nel mio armadio. Processo di rapina all’ufficio postale di Cosenza, presuntivamente commesso qualche anno fa da Angelo, un imputato rinviato a giudizio a piede libero. Un’accusa tutta da verificare, perché chi ha fatto quella rapina con il volto incappucciato aveva una stazza minuta, mentre Angelo è una specie di Hulk, ma il suo Dna è stato trovato su un foglietto caduto dalle tasche del rapinatore nel corso del colpo. Il processo servirà a stabilire se Angelo, imputato a piede libero, ha avuto un qualche ruolo concorsuale nella rapina. Una storia interessante, ma i visi dei tre Giudici del collegio giudicante, che posso già intravedere nelle prove del collegamento, tradiscono noia. Dov’è quel pathos, quel contegno, quella compostezza mista ad autorevolezza a cui siamo abituati? Ognuno è a casa sua. Il Presidente del collegio ha la toga completante abbottonata. Sta’ a vedere che sotto nasconde il pigiama… Sono le nove, il processo inizia puntuale, si costituiscono le parti. Manca l’imputato, che viene dato per assente. Ma, un attimo. Suonano alla porta. Chiedo scusa al Tribunale per l’interruzione, vado ad aprire. È Angelo. La sua presenza viene garantita presso il luogo “fisico” in cui il difensore si collega da remoto. Oggi per Angelo casa mia sarà l’equivalente di un’aula d’udienza. Sono io a dare atto dell’identità dell’imputato. Sono diventato un pubblico ufficiale. Merito degli emendamenti frettolosi alla legge di conversione di uno dei mille decreti emanati durante l’emergenza, che mi ha trasformato in una sorta di notaio-cancelliere, e di avvocato a distanza. Posso tuttavia, al di là di ogni polemica, certificare l’identità di Angelo, che riconosco anche con la mascherina che indossa. Non un camouflage criminogeno, ma un camouflage salutistico a scopo preventivo, speriamo anche preventivo di condanne, perché il racconto di Angelo mi convince, come mi convince la sua estraneità a questa vicenda. Ciò che non mi convince per nulla è invece questo processo a distanza, che ne ha stravolto l’architettura voluta dall’impianto costituzionale. Immediatezza, concentrazione, oralità, pubblicità. Principi fondamentali, che ora sembrano solo un ricordo sbiadito del giusto processo, ottenuto dopo tante battaglie per tutelare le garanzie della difesa. “…della difesa. Prego…può iniziare il controesame della difesa. Avvocato può procedere al controesame. Avvocato? Avvocato, mi sente?”.Mi sveglio di soprassalto. Il processo da remoto era solo un incubo, ma potrebbe seriamente diventarlo tra non molto. Siamo ancora al 14 aprile. Continua il periodo di sospensione delle udienze, mentre si studiano a Roma gli emendamenti ai decreti di conversione, e tra questi anche a quelli che riguardano il processo, per il quale l’opzione della celebrazione da remoto può concretamente diventare una regola. Una regola che dovrà funzionare solo per un periodo contingente, per quella fase in cui dovremo imparare a convivere e gestire il pericolo dell’infezione da Covid. Una regola che però va scritta rispettando la riserva di legge, perché solo con una legge della Repubblica si potrà mettere mano al processo, altrimenti la Carta Costituzionale diventerà carta straccia, legge fondamentale usa e getta, come le mascherine monouso che ciascuno di noi invece riutilizza perché ce ne sono ancora poche disponibili. Ma il processo penale è una cosa seria, perché in gioco c’è la vita delle persone. Sì la vita, non solo la libertà, perché la libertà è quel bene che ti fa godere di ogni altro bene, ed al pari della salute merita la più ampia delle tutele. L’aula di Tribunale è per noi un santuario inespugnabile, in cui ogni giorno le parti processuali conducono una battaglia non violenta affinché la pretesa punitiva dello Stato possa essere esercitata con sacralità, guardando diritto negli occhi i testimoni che vengono a raccontarci una storia poco credibile, facendogli sentire addosso il nostro fiato durante un controesame al fulmicotone, che non può essere condotto a chilometri di distanza, con una connessione a segnale intermittente. Abbiamo tutti voglia di uscire presto dall’emergenza, ma la fretta di uscirne non dovrà essere una scappatoia comoda per infrangere i principi di libertà per i quali intere generazioni di liberali hanno combattuto. È per questo che non possiamo accettare un processo via internet. Dopo aver spento il pc, dopo aver celebrato un’udienza senza pubblico, in una stanza virtuale, a noi avvocati resterà la consapevolezza di aver perso la possibilità di assistere con tutte le nostre energie – sì anche fisiche – il nostro assistito. E se dovesse davvero diventare realtà il processo a distanza, come lo spiegheremo all’imputato, che la sentenza di condanna non è solo virtuale?

Aldo Truncè

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