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È uscito “America non torna più” di Giulio Perrone: un racconto autobiografico tra nostalgia e nuove consapevolezze

Roma – Un rapporto tra padre e figlio da sempre complicato, caratterizzato da rari momenti di gioia e una serie incalcolabile di contrasti, incomprensioni, delusioni. Ma anche tanti racconti di gioventù che il padre racconta al figlio, e saranno quelli la sua eredità, il bene più prezioso: la memoria, il ricordo di ciò che è stato e si può ancora tramandare, anche dopo la morte. “America non torna più” è il nuovo romanzo di Giulio Perrone, edito da Harper Collins: una storia per la prima volta autobiografica, in cui l’autore racconta gli ultimi mesi di vita di suo padre, i momenti difficili della sua malattia ma anche una ritrovata consapevolezza, che fa riscoprire il rapporto padre-figlio sotto una luce nuova.

In “America non torna più” lo scrittore romano – e fondatore della casa editrice che porta il suo nome – si mette a nudo completamente, senza filtri. E lo fa estraendo dei sentimenti così universali che alla fine è il lettore stesso a ritrovarsi denudato, purificato da quelle parole che forse non ha mai avuto il coraggio di pronunciare a sé stesso, di quelle emozioni di cui aveva pudore – o paura – e che ha sempre tenuto dentro.

Quante domande sono rimaste senza risposta a distanza di anni, e quante non ne troveranno mai una? Tante, perché il rapporto padre-figlio che racconta Giulio Perrone è fatto anche – e, a volte, soprattutto – di silenzi: di parole rimaste sulla spunta delle labbra, di non detto. E il non detto è ciò che può fare più male, a distanza di tempo.

Il periodo in cui avvengono i fatti risale a venti anni fa, e troviamo un Giulio Perrone ventenne: un ragazzo ancora immaturo e pieno di contraddizioni, che vive il rapporto con suo padre in modo controverso, con contrasti, muri, silenzi, litigi. Un rapporto che nel tempo sarebbe cambiato, si sarebbe disteso probabilmente, come spesso accade con i propri genitori, ma Giulio tutto questo non ha portato sperimentarlo e rivive quei momenti con grande senso di colpa.

Ma il tornare indietro nel tempo non è solo un ricordare: diventa anche una sorta di terapia, di riscoperta di sé alla luce di ciò che si è diventati. Ed ecco che tutto assume una forma più nitida, e si fa strada la consapevolezza che tutto va come doveva andare, trovando il proprio posto nel mondo, la propria maturità, le proprie basi solide sulle quali poggiare il presente e il futuro. Spesso i genitori si affannano a cercare la strada più concreta e salda per i propri figli (il famoso “posto fisso”) mettendo al primo posto la sicurezza economica e lasciando in secondo piano i sogni e le speranze di un ragazzo che si affaccia alla vita. C’è una giustificazione a tutto questo, ed è la paura di non poter stare per sempre accanto ai propri figli, per guidarli e sostenerli in ogni momento. A volte i figli crescono in fretta, per necessità o per senso di responsabilità, altre volte tardano a crescere, e tardano ad avere obiettivi e progetti concreti.

All’epoca dei fatti, il Giulio ventenne non aveva ancora le idee chiare, anche nei rapporti extra familiari era scostante, c’erano tensioni, interessi, affinità che andavano intraprese, coltivate ma erano comunque distanti da ciò che il padre voleva per lui.

Senza rendersene conto, a volte sono proprio le proiezioni che i genitori riflettono sui figli a creare questa instabilità emotiva, questa incertezza in ciò che si vuole essere davvero. E se mio padre avesse ragione? Se fosse questa la strada migliore per costruire la mia vita? Ma poi ci si domanda anche: perché non posso semplicemente desiderare, volere, sognare? È questo un grande interrogativo che emerge nel rapporto padre-figlio raccontato da Giulio Perrone. Il senso pratico di un padre si scontra così con i desideri di un ragazzo che deve ancora crescere, ma che vuole prima di tutto affermare sé stesso, la propria autonomia, la propria personalità. A vent’anni, si sa, i genitori sono spesso più nemici che complici del nostro cammino, più dittatori che consiglieri del nostro destino. È così che li vediamo da ragazzi.

Ma dopo, col passare del tempo, come sono devastanti le macerie che rimangono sul campo: quel non detto, quei rimorsi, quei sentimenti chiusi tra i pugni che non sono riusciti a tramutarsi in lacrime, in abbraccio, in pianto di gioia, in “grazie”, in “ti voglio bene”. È rimasto tutto sopito e stretto tra i denti, nella rabbia di vivere, nel rifiuto del dolore, nella ribellione tipica dei vent’anni.

America era uno dei migliori amici di Giampiero, il padre di Giulio, ma era il più scostante, il più imprevedibile, l’amico di cui si invidia l’intraprendenza e la baldanza: è quello che gli altri non saranno mai, quello che lascia tutto a metà, quello che all’ultimo minuto non torna perché deve mordere la vita. Forse, allora, America è la metafora dei rapporti spezzati, di ciò che poteva essere e non è stato, di ciò che resta ma di cui si avrà sempre nostalgia, perché interrotto troppo presto. Come il rapporto tra Giulio e suo padre: un rapporto che non ha avuto il tempo di crescere, di trasformarsi in qualcosa di più maturo e sincero. I sensi di colpa affiorano a poco a poco, e negli anni Giulio sentirà sempre più forte questo nodo al petto, questa mancanza fatta ora di rabbia, ora di ricordi. Ma avrà anche più chiaro il suo percorso, ed ecco che il rapporto con il proprio padre ne esce comunque cambiato, riscattato in una visione più sbiadita come una vecchia foto ma finalmente vera, onesta, sincera. La presenza fisica può essere sublimata in qualcosa che neanche il tempo e lo spazio possono cancellare. Quel qualcosa che farà sempre parte della vita di un figlio, anche quando un padre non c’è più, anche se America non torna più.

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