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Baby gang e “maranza”, il dibattito si accende: tra fenomeno giovanile e richieste di pene più severe

ROMA – Negli ultimi anni il termine “maranza” è entrato con forza nel linguaggio giovanile italiano, diventando una delle etichette più discusse nel dibattito pubblico su sicurezza, disagio sociale e nuove generazioni. Nato come slang nelle periferie delle grandi città del Nord, in particolare a Milano, il termine si è rapidamente diffuso in tutta Italia grazie ai social network, assumendo significati diversi e spesso contrapposti.

In origine usato in senso dispregiativo per indicare ragazzi di quartiere dall’atteggiamento provocatorio e arrogante, oggi “maranza” identifica uno stile preciso e riconoscibile: tute firmate, piumini oversize, marsupi a tracolla, scarpe costose e un’estetica fortemente ispirata al mondo trap e urban. All’immagine si affiancano un linguaggio ricco di slang, gesti plateali e una presenza costante sui social, soprattutto su TikTok e Instagram.

Per molti adolescenti, definirsi maranza significa sentirsi parte di una comunità, costruire un’identità e affermare la propria visibilità. Per l’opinione pubblica adulta, invece, il termine continua spesso a evocare comportamenti aggressivi, episodi di bullismo e, nei casi più gravi, il fenomeno delle baby gang.

Proprio su questo fronte si inserisce il dibattito politico. Il consigliere regionale Pierluigi Pietrucci è intervenuto chiedendo una linea più dura contro la criminalità giovanile, avanzando proposte che prevedono un inasprimento delle pene, in particolare per i reati commessi da stranieri, per i quali ipotizza un raddoppio della pena. Secondo Pietrucci, in caso di recidiva da maggiorenni, la sanzione dovrebbe essere ulteriormente aggravata.

Tra le misure indicate anche percorsi di lavori socialmente utili, l’impiego in aziende agricole, lo studio delle leggi italiane come strumento di educazione civica e, al compimento della maggiore età, l’ipotesi di un servizio militare obbligatorio come forma di disciplina e responsabilizzazione.

Proposte che alimentano il confronto tra chi invoca tolleranza zero e chi, invece, invita a leggere il fenomeno maranza come un’espressione di disagio sociale più che come una semplice emergenza di ordine pubblico. Secondo diversi sociologi, infatti, si tratterebbe di una moderna “tribù urbana”: un modo con cui molti giovani cercano riconoscimento in una società che spesso li percepisce come invisibili.

“Dietro l’apparenza – spiegano gli esperti – c’è un bisogno di identità e appartenenza. Lo stile diventa un linguaggio simbolico, talvolta provocatorio, per affermare la propria esistenza”.

Il fenomeno maranza, dunque, si colloca a metà strada tra moda, sottocultura e disagio generazionale. Capirlo senza stereotipi, distinguendo tra espressione giovanile e comportamenti criminali, resta una delle sfide centrali per istituzioni, scuola e società civile. Solo così il confronto potrà trasformarsi da scontro ideologico a vero dialogo con le nuove generazioni.

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