titolo pulito

Violenza negli stadi, Pietrucci: “Il calcio italiano ostaggio di pochi delinquenti. Daspo a vita nei casi gravi”

Roma – La morte dell’autista del pullman del Pistoia Basket, aggredito durante un assalto da parte di ultras, ha riaperto con forza una ferita mai rimarginata nello sport italiano. Un episodio drammatico che ha portato la magistratura a indagare per omicidio volontario e che si inserisce in un contesto sempre più allarmante di violenza legata agli eventi sportivi.

A poche ore di distanza, è arrivata anche la decisione delle autorità: stop alle trasferte per i tifosi di Roma e Fiorentina fino al termine della stagione. Un provvedimento straordinario, adottato dopo gli scontri e i gravi disordini verificatisi nelle ultime settimane, confermato sia dalla Lega Serie A sia dal Ministero dell’Interno.

Ma il problema, come sottolineano addetti ai lavori e imprenditori del settore sportivo, va ben oltre il calcio professionistico.

Secondo l’imprenditore romano Gianluca Pietrucci, sempre impegnato nel sociale,  la violenza non è più un fenomeno isolato.

«È un problema che attanaglia il calcio italiano dal professionismo fino al dilettantismo, dall’amatoriale alle giovanili. Ormai assistiamo a episodi di aggressioni verbali e fisiche anche durante le partite dei ragazzi. Questo è il segnale più grave».

Una spirale che coinvolge non solo tifosi organizzati, ma anche genitori, dirigenti improvvisati e ambienti che dovrebbero invece essere educativi.

Per Pietrucci il Daspo resta uno strumento fondamentale, ma va rafforzato:

«Il Daspo è un deterrente reale. Nei casi più gravi — aggressioni, devastazioni, ferimenti o morte — dovrebbe essere previsto il Daspo a vita. Chi trasforma lo sport in violenza non deve più mettere piede in uno stadio».

Una linea dura, condivisa da una parte crescente dell’opinione pubblica dopo i fatti di cronaca che hanno scosso il Paese.

Accanto ai divieti, l’imprenditore propone misure concrete di responsabilizzazione:

«Chi sbaglia deve restituire qualcosa alla collettività. Lavori socialmente utili veri: pulizia delle strade, cura del verde pubblico, spiagge, cimiteri, assistenza a disabili, malati e anziani».

E sul fronte economico:

«I danni vanno sempre risarciti. Se il responsabile è minorenne, è giusto che paghino i genitori. Solo così si ristabilisce il senso della responsabilità».

Il blocco delle trasferte, però, resta una misura controversa. Se da un lato garantisce sicurezza immediata, dall’altro produce conseguenze pesanti.

«Il divieto alle trasferte è un danno economico enorme — spiega Pietrucci — per le società sportive, per le strutture ricettive, i ristoranti, i bar e per tutta l’imprenditoria delle città ospitanti».

Un danno che si riflette anche sullo spettacolo sportivo, privato del tifo organizzato e del clima che rende il calcio un evento popolare.

Gli ultimi episodi dimostrano come la violenza sportiva non sia più solo un tema di ordine pubblico, ma una questione culturale e sociale.

Dalla morte dell’autista del Pistoia Basket agli scontri tra tifoserie, fino alle partite giovanili sospese per risse sugli spalti, emerge un filo rosso inquietante: lo sport come valvola di sfogo della rabbia, anziché strumento di inclusione.

«Servono regole severe — conclude Pietrucci — ma anche educazione, formazione e controlli seri. Il calcio deve tornare a essere passione, non campo di battaglia».

Mentre le istituzioni studiano nuove misure di sicurezza, il rischio è che a pagare siano ancora una volta le società sane e i tifosi pacifici, ostaggi di una minoranza violenta che continua a macchiare lo sport italiano.

Certified
Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish. Accept Read More

Privacy & Cookies Policy
Oops! Something went wrong on the requesting page