Mentre i riflettori globali restano puntati sull’Ucraina e Donald Trump è assorbito dalla minaccia del nucleare iraniano, c’è un fronte esplosivo che rischia di sfuggire ai radar. Tra l’8 e il 9 aprile, la Corea del Nord ha riacceso i motori del suo arsenale con un’ondata di test missilistici massiccia e tecnologicamente avanzata. Il pretesto ufficiale? La reazione ai sorvoli di alcuni droni privati sudcoreani.
Dalla costa di Wonsan, in sole 48 ore, è partito di tutto. Missili balistici a corto raggio, vettori capaci di coprire oltre 700 chilometri e, dettaglio più inquietante, l’impiego del micidiale Hwasongpho-11 Ka: un missile tattico armato con testate a grappolo, progettato per eludere le difese e ridurre in cenere intere aree in pochi istanti. A questo si aggiungono i test su armi a impulso elettromagnetico (EMP) per paralizzare le reti nemiche e nuovi sistemi antiaerei.
Ma c’è un elemento che gela il sangue agli analisti: Kim Jong-un non c’era. Nessuna apparizione sul sito dei lanci, nessuna foto trionfale diffusa dalla propaganda. Se fino a qualche anno fa ogni test era un evento politico da celebrare in pompa magna, oggi è diventato una spaventosa routine. L’ammodernamento militare di Pyongyang viaggia ormai col pilota automatico.
Non si tratta della solita, plateale richiesta di attenzioni da parte di un regime isolato. È l’applicazione cruda della dottrina Songun: il potere militare prima di ogni altra cosa. Con un arsenale ormai maturo, che spazia dai droni sottomarini nucleari ai missili intercontinentali, Kim ha blindato la sua sopravvivenza creando uno scenario di terrore e distruzione mutua assicurata.
Forse Pyongyang non ha interesse a scatenare un conflitto globale domani mattina. Ma la logica della deterrenza funziona solo se dimostri di essere sempre pronto a premere il bottone. E in questi tre giorni, nel silenzio distratto di un’America con la testa rivolta a Teheran, la Corea del Nord ci ha ricordato che il suo dito non si è mai spostato dal grilletto.

