Diciannove anni sono il tempo in cui un neonato diventa adulto, ma per le vite stritolate in questa vicenda sono solo un lungo e ininterrotto respiro trattenuto in un incubo. Immagina per un istante di chiudere gli occhi e che al centro di questo tritacarne mediatico e giudiziario ci sia la tua famiglia. Pensa se fosse tua figlia la ragazza a cui è stata strappata la vita, la cui intimità, i cui segreti e le cui paure vengono vivisezionati ogni giorno nei salotti televisivi e sbattuti sulle prime pagine, violati per due decenni senza il minimo pudore. Pensa se fosse tuo figlio o il tuo compagno l’uomo che ha perso la gioventù marcendo in una cella per sedici lunghi anni, arrivando oggi a fine pena solo per sentirsi dire che forse si è trattato di un colossale errore e la verità era completamente un’altra. Oppure immagina che sia tuo fratello a svegliarsi diciannove anni dopo con un’accusa atroce sulle spalle, vedendo gli sfoghi nella sua macchina e gli appunti dei suoi diari intimi dati in pasto al giudizio di milioni di sconosciuti. È inaccettabile e disumano che si possa brancolare nel buio per vent’anni senza riuscire a stabilire con assoluta certezza chi sia il colpevole di un delitto così feroce. Quando la giustizia è così incerta, lenta e ondivaga, cessa di essere giustizia e si trasforma in una tortura. In questa storia infinita non ci sono squadre da tifare dal divano di casa, ma solo esistenze frantumate e l’angoscia agghiacciante di realizzare che, per un semplice e crudele scherzo del destino, in questo abisso avremmo potuto trovarci noi.

