Per capire se il ritorno all’atomo sia un’opzione realistica, abbiamo sottoposto i nodi più scomodi del dossier all’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile). In quanto massima autorità scientifica statale, è l’unica istituzione indipendente in grado di separare la propaganda dal rigore ingegneristico. Abbiamo interpellato i loro esperti per fare definitivamente chiarezza su scorie, clima, approvvigionamenti e competenze. Risponde alle domande il direttore del Dipartimento Nucleare ENEA, Alessandro Dodaro:
Studi della Stanford University evidenziano che la maggiore dispersione neutronica dei mini-reattori rischia di produrre un volume superiore o chimicamente più complesso di scorie secondarie rispetto agli impianti tradizionali, a parità di energia generata. Qual è la valutazione tecnica di ENEA su questo punto? I futuri SMR richiederanno un Deposito Nazionale concepito con tecnologie di trattamento inedite per l’Italia?
Studi recenti mostrano che, a parità di energia totale prodotta, i rifiuti radioattivi dei reattori SMR sono essenzialmente comparabili a quelli di un reattore di grandi dimensioni. Le ipotesi alla base degli studi come quelli menzionati nella domanda sono estrapolazioni fatte a partire da configurazioni di noccioli di reattori grandi di II generazione. Oggi queste ipotesi non sono più valide; già da almeno due decenni sono ampiamente disponibili meccanismi efficaci per ridurre la dispersione neutronica nei reattori SMR, nonostante la loro ridotta dimensione. Si possono citare due tipi di possibili strategie: l’adozione di riflettori neutronici pesanti, realizzati in acciaio, pensati con gli scopi di appiattire radialmente il flusso neutronico, proteggere il contenitore del reattore, e minimizzare la dispersione neutronica in generale; oppure l’adozione di schemi di gestione del combustibile che prevedano l’uso di assorbitori neutronici alla periferia del nocciolo, creando quindi una barriera alla dispersione neutronica stessa.
Gran parte dei progetti SMR richiede uranio arricchito ad alto dosaggio (HALEU), una filiera di arricchimento oggi dominata in modo schiacciante da Russia e Cina. Esiste il rischio concreto che il nuovo nucleare italiano sposti semplicemente la nostra dipendenza dal gas estero a un combustibile nucleare di matrice extra-europea? Quali sono le reali capacità dell’UE di sviluppare una catena di approvvigionamento autonoma in tempi utili?
La gran parte dei progetti di design di reattori SMR (potenza tra 30 e 300 MW elettrici) con commercializzazione nel brevissimo termine, non prevede combustibile HALEU ma semplice biossido di uranio a basso arricchimento, ampiamente disponibile tramite la supply chain europea senza ricorso a fornitori critici o con i quali si possano immaginare interazioni difficili. E’ tuttavia evidente che se il dispiegamento in Europa di reattori SMR dovesse avere l’ampia portata che gli analisti prevedono, si dovrà immaginare un aumento della capacità produttiva per soddisfare le esigenze di tutti gli Stati membri interessati. L’Agenzia europea ESA – EURATOM Supply Agency – sta già lavorando a questi obiettivi ed alcuni paesi europei si sono già attivati lavorando per incrementare l’output di combustibile che il mercato dei reattori SMR potrebbe richiedere. Per quanto concerne la materia prima, questa può essere fornita da molti altri paesi, quali Canada ed Australia. Ovviamente in Europa occorre agire per tempo ed essere preparati a livello sistemico per evitare colli di bottiglia; per questi aspetti, il coordinamento che da sempre ESA conduce risulterà particolarmente utile ed efficace. Il nuovo nucleare costituirà quindi per l’Italia un efficace mezzo per ridurre la dipendenza strategica da paesi poco affidabili.
L’Italia sconta una fragilità idrica cronica, con fiumi in secca prolungata e temperature del Mediterraneo in costante aumento. Alla luce delle attuali proiezioni climatiche, la nostra conformazione idrografica ci permette di ospitare una flotta di mini-reattori senza incorrere nei continui blocchi operativi o depotenziamenti estivi che già oggi paralizzano frequentemente le centrali francesi?
Le centrali nucleari moderne vengono spesso costruite vicino al mare ma in linea generale la disponibilità idrica potrebbe rappresentare una criticità più per gli impianti nucleari tradizionali che per i reattori di piccola taglia (SMR) che sono progettati con sistemi di raffreddamento più efficienti, talvolta anche ad aria, riducendo la dipendenza da grandi corsi d’acqua. Inoltre, sebbene la conformazione idrografica italiana sia disomogenea, con alcune aree (Alpi, grandi bacini) che potrebbero essere idonee, mentre altre con limiti strutturali, una pianificazione attenta dei siti, integrata con soluzioni tecnologiche meno idro-intensive, può mitigare il rischio di blocchi o depotenziamenti nella stagione più calda.
Scontiamo un vuoto generazionale di quasi quarant’anni per quanto riguarda operatori d’impianto, tecnici manutentori e ispettori per la sicurezza nucleare. Al netto delle leggi e dei capitali stanziati, la nostra rete accademica e formativa è strutturalmente in grado di colmare questo gap e preparare da zero il capitale umano necessario per gestire questi impianti nei tempi dettati dalla politica?
Il gap generazionale è significativo, ma non insormontabile. L’Italia conserva competenze accademiche di alto livello in ingegneria nucleare, fisica e sicurezza, oltre a una rete di prestigiosi enti di ricerca riconosciuti a livello internazionale, come ENEA; inoltre, negli ultimi anni si è assistito a una riattivazione dei corsi e all’implementazione di robuste collaborazioni europee per la formazione. E’ doveroso, tuttavia, segnalare che la formazione di nuovi operatori qualificati richiede tempi lunghi e training operativo dunque, affinchè il sistema risponda, servirà un forte coordinamento tra università, industria e istituzioni, programmi accelerati, cooperazione internazionale ma anche investimenti continui e una strategia chiara di medio-lungo periodo.
Per concludere l’articolo ci tengo a fare un ringraziamento sentito ad Alessandro Dodaro, direttore del Dipartimento Nucleare ENEA, per aver risposto alle nostre domande con una chiarezza e una precisione che dimostrano totale trasparenza. Un plauso a tutta l’ENEA: l’efficienza e la disponibilità con cui vi interfacciate con la stampa denotano una straordinaria organizzazione e un profondo rispetto per il lavoro giornalistico.

