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Ciclone Antonelli

Giro d’onore a Monte Carlo. Lewis Hamilton affianca la Mercedes numero 12 e fa un cenno con il casco. Non è solo un saluto, è un passaggio di consegne. A diciannove anni, Andrea Kimi Antonelli ha appena vinto il Gran Premio di Monaco, centrando il quinto trionfo consecutivo di un 2026 da extraterrestre e firmando un Grande Slam (pole, vittoria e giro veloce) che cancella la precocità di Verstappen e Vettel. Ma il vero capolavoro del pilota bolognese non è nei 66 punti di vantaggio nel Mondiale. È nei salotti italiani, dove sta crollando un dogma secolare. Per la stragrande maggioranza degli appassionati, il cuore oggi non batte più per la storica macchina rossa, rimasta a bocca asciutta nel Principato, ma per una monoposto con lo stemma della Mercedes. Un paradosso storico: l’Italia dei motori si è riscoperta pazza di un team tedesco, pur di spingere il proprio nuovo fenomeno.

Mentre la sua W17 dominava le strade di Monaco, l’Auditel registrava il sorpasso perfetto: oltre un milione e 300 mila spettatori incollati alla TV. Complice la crisi di una Nazionale di calcio esclusa dal terzo Mondiale di fila, gli italiani hanno spento la Serie A per godersi la velocità. La Formula 1, insieme al tennis di Sinner, è il nuovo sport nazionale. Per il mondo questo fenomeno è “Kimi”, il killer freddo voluto da Toto Wolff a soli 12 anni nel vivaio Mercedes. Per la famiglia è ancora Andrea, il ragazzino timido che a nove anni pennellava le curve ad Adria su una Lamborghini sulle gambe di papà Marco.

“A un anno, sul kart a Sarno, stringeva il volante e rideva. Non voleva più scendere”, racconta mamma Veronica. La sua forza è sempre stata questa disarmante naturalezza. Laddove gli altri studiano la telemetria per giorni, ad Antonelli bastano tre giri per trovare il limite. Lo ha capito George Russell, finito di nuovo fuori dai punti; lo ha capito il circus intero, che oggi assiste all’ascesa di un ragazzo che fino a ieri andava a scuola e oggi gestisce le aspettative di un intero Paese senza battere ciglio, colorando l’Italia d’argento. Il Mondiale è ancora lungo, ma l’inerzia è tracciata. L’Italia ha scoperto di non essere più solo un popolo di commissari tecnici da bar, ma di essersi innamorata della staccata al limite. Andrea ripete che “il viaggio è appena iniziato”, ma la sensazione è che il futuro sia già arrivato.

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