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«Alzala con stile»: l’ultimo atto della nostra bellezza

Berlino, 9 luglio 2006. Un istante sospeso tra il tempo e l’eternità. Prima che il mondo esplodesse nel boato, Gianni Rivera si avvicina a Fabio Cannavaro. Pochi secondi, un sussurro che sa di consegna definitiva: «Fabio, alzala con stile».

Cannavaro obbedisce. E in quel movimento – le braccia che si tendono, il busto eretto, lo sguardo rapito da un oggetto che pesava quanto un destino – l’Italia raggiunge la sua forma massima. Non era solo una coppa al cielo, era un’estetica perfetta, una simmetria che sembrava uscita dal marmo di un canoviano. Abbiamo toccato la perfezione. E forse, proprio per questo, abbiamo commesso il peccato di presunzione.

Deve essere stato per quell’eccesso di bellezza che gli dèi del calcio si sono offesi. Come se avessimo preteso troppo, come se avessimo esaurito la quota di grazia destinata a un popolo intero. Da quella notte, il Mondiale è diventato una terra straniera, un luogo dove non siamo più invitati. La maledizione dell’eccesso: abbiamo creato un’icona così alta da rendere tutto ciò che è venuto dopo inevitabilmente sbiadito.

Domani si gioca una finale. Ancora una volta, noi siamo solo spettatori di un rito che non ci appartiene. Mentre gli altri si preparano a scrivere la loro storia, a noi non resta che tornare lì, a quel gesto di Fabio, al consiglio di un principe come Rivera. Ci hanno tolto il diritto di giocare, ma non quello di ricordare. Perché, in fondo, quando hai toccato il sole con le dita, tutto il resto è solo ombra.

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