Difterite, cos’è e perché può essere letale: il caso della bambina morta a Palermo riaccende l’attenzione sulla prevenzione
PALERMO – La morte di una bambina di quattro anni avvenuta il 20 agosto all’ospedale Civico di Palermo ha riportato improvvisamente l’attenzione sulla difterite, una malattia infettiva oggi rara in Italia grazie alla vaccinazione, ma potenzialmente molto grave e persino letale nei soggetti non immunizzati. La piccola non risultava vaccinata contro la malattia e la Procura di Palermo ha aperto un’inchiesta, disponendo anche l’autopsia per chiarire ogni aspetto della vicenda.
Secondo quanto emerso nelle ore successive, la bambina aveva inizialmente manifestato febbre, vomito e inappetenza. Dopo un primo accesso in ospedale era stata dimessa con diagnosi di tonsillite, ma le sue condizioni si erano poi rapidamente aggravate fino a rendere necessario il ricovero in terapia intensiva. Il quadro clinico sarebbe evoluto verso uno scompenso multiorgano, nonostante i tentativi dei sanitari di salvarla.
La difterite è causata principalmente da ceppi tossigeni di Corynebacterium diphtheriae. Il vero elemento di pericolosità non è soltanto l’infezione batterica in sé, ma soprattutto la tossina prodotta dal microrganismo, capace di danneggiare i tessuti delle vie respiratorie e, nei casi più severi, di raggiungere attraverso il sangue altri organi.
I sintomi compaiono generalmente tra due e cinque giorni dopo il contagio e possono iniziare in modo relativamente aspecifico: mal di gola, febbre, debolezza e ingrossamento dei linfonodi del collo. Nei casi più caratteristici può formarsi sulle tonsille, nella faringe o nel naso una spessa pseudomembrana grigiastra, costituita da tessuto danneggiato, che può rendere difficoltosa la respirazione e la deglutizione.
La complicanza più temuta è legata alla diffusione della tossina. Questa può provocare miocardite, cioè un’infiammazione del muscolo cardiaco, alterazioni del ritmo, danni neurologici fino a paralisi e, nei quadri più gravi, compromissione di più organi. L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che, nei soggetti non vaccinati e senza un trattamento adeguato, la difterite può risultare fatale in circa il 30% dei casi, con un rischio particolarmente elevato nei bambini più piccoli.
La trasmissione avviene prevalentemente da persona a persona attraverso le goccioline respiratorie emesse con tosse e starnuti, ma è possibile anche il contagio attraverso il contatto diretto con lesioni cutanee infette. Un elemento importante dal punto di vista epidemiologico è rappresentato dai portatori asintomatici: persone che ospitano il batterio senza manifestare sintomi evidenti e che possono comunque contribuire alla sua diffusione.
Nel caso di Palermo l’indagine epidemiologica è stata estesa ai familiari e ai contatti della bambina. Al 24 agosto risultano almeno dieci tamponi positivi tra i parenti, in gran parte minori. Le persone risultate positive stanno bene e sono state poste in isolamento; un cuginetto di quattro anni, anch’egli positivo, è stato ricoverato ma le sue condizioni risultano in miglioramento.
Il trattamento della difterite deve essere avviato il più precocemente possibile quando il sospetto clinico è fondato. Nei casi gravi viene utilizzata l’antitossina difterica, che neutralizza la tossina ancora circolante nel sangue, insieme alla terapia antibiotica per eliminare il batterio, interrompere la produzione di nuova tossina e ridurre la capacità di trasmissione. Anche i contatti stretti possono essere sottoposti a profilassi antibiotica e viene verificato il loro stato vaccinale.
Il cardine della prevenzione resta però la vaccinazione. La difterite è infatti una malattia prevenibile con vaccino e sono necessarie più dosi, seguite da richiami, per ottenere e mantenere una protezione adeguata nel tempo. L’elevata copertura vaccinale ha consentito nei decenni scorsi di ridurre drasticamente la circolazione della malattia nei Paesi industrializzati.
Proprio per questo il caso di Palermo assume un particolare significato sotto il profilo della sanità pubblica. Non indica automaticamente il ritorno di un’epidemia, ma dimostra come una malattia diventata rara non debba essere considerata scomparsa definitivamente. Dove si creano sacche di popolazione non vaccinata o insufficientemente immunizzata, il batterio può trovare nuovamente spazio per circolare.
La vicenda ha inoltre riaperto il tema della disinformazione sui vaccini. Secondo quanto riferito dagli organi di informazione, i genitori della bambina avrebbero scelto di non vaccinarla temendo un collegamento tra vaccinazioni e autismo. Un’associazione che non trova riscontro nelle evidenze scientifiche accumulate negli ultimi decenni. La Procura sta ora accertando le eventuali responsabilità e i genitori risultano indagati per omicidio colposo.
Il caso di Palermo rappresenta dunque un richiamo importante alla prevenzione. La difterite appartiene a quelle malattie che molti cittadini non hanno mai visto proprio perché le campagne vaccinali ne hanno drasticamente ridotto la diffusione. Ma il microrganismo non è scomparso dal mondo: il mantenimento di elevate coperture vaccinali e di una sorveglianza epidemiologica efficace resta essenziale per impedire che una patologia grave e prevenibile torni a rappresentare un concreto problema di salute pubblica.

