C’è un paradosso antico e velenoso che attraversa la cronaca nera, un cortocircuito che i manuali di psichiatria catalogano sotto la voce “ibristofilia”, ma che la carta stampata e le aule di tribunale conoscono semplicemente come il magnetismo del baratro. È quella forza opaca che spinge donne apparentemente lucide, spesso professioniste affermate, a scavalcare il senso comune e il pudore per andare a legare la propria esistenza a uomini che hanno lasciato dietro di sé scie di sangue e orrore.
Non è un’invenzione dei nostri tempi iperconnessi. Negli anni Settanta e Ottanta, mentre Milano tremava sotto i colpi della mala, Renato Vallanzasca trasformava le carceri italiane in un singolare recapito sentimentale. Il “bel René”, con quel sorriso guascone e l’aria da bandito romantico costruita a favore d’obiettivo, riceveva sacchi di lettere profumate: un vero e proprio delirio collettivo che vedeva schiere di ammiratrici pronte a giurargli devozione eterna, quasi che le rapine e gli omicidi non fossero colpe, ma medaglie di un’audacia perduta.
Ancora più sconcertante è stato l’epilogo relazionale di Angelo Izzo, protagonista dell’indicibile orrore del Circeo e poi di un secondo duplice delitto nel 2005. Nel marzo del 2010, dietro le mura del carcere di Velletri, Izzo convolava a nozze con la giornalista Donatella Papi. Non un colpo di testa passeggero, ma una convinzione ostinata: la certezza, sbandierata ai quattro venti e tra lo sdegno dell’opinione pubblica, di una presunta redenzione dell’ergastolano e di una verità processuale tutta da riscrivere. Un copione che si ripete quasi identico a ogni latitudine, dove la donna non vede il carnefice, ma un’anima fraintesa da salvare dal mondo.
Oltreoceano, gli Stati Uniti hanno fatto di questa patologia un genere quasi pop. Ted Bundy, autore del massacro metodico di decine di ragazze, durante i suoi processi era circondato da una corte di sguardi sognanti. Carol Anne Boone non solo si trasferì in Florida per sostenerlo e testimoniare al banco, ma riuscì a sposarlo direttamente in aula sfruttando un cavillo legale, arrivando persino a concepire una figlia durante i colloqui prima di arrendersi all’evidenza delle confessioni finali. Pochi anni dopo, la storia si ripeteva con Richard Ramirez: il satanista della notte che terrorizzò la California ricevette decine di lettere d’amore da Doreen Lioy, giornalista pubblicista che nel 1996 lo sposò a San Quintino descrivendolo come un uomo “gentile e divertente” e minacciando di togliersi la vita il giorno dell’esecuzione.
Anche Charles Manson, ormai ottantenne e consumato da decenni di isolamento a Corcoran, trovò in Afton Elaine Burton — ventenne ribattezzata “Star” — una vestale disposta a difenderne l’innocenza per anni fino a una licenza matrimoniale poi decaduta, forse sfumata proprio quando il cinismo commerciale prese il sopravvento sulla venerazione. E la lista non si ferma alle figure solitarie: Lyle ed Erik Menendez, colpevoli della brutale esecuzione dei genitori a Beverly Hills, hanno trovato entrambi mogli per corrispondenza tra migliaia di missive di fan adoranti. Persino l’odio ideologico più sterile non respinge: Anders Breivik, autore della strage di 77 persone a Utoya e Oslo, continua a ricevere dichiarazioni d’amore da giovani europee convinte di aver trovato in lui la propria metà.
Fino ad arrivare ai giorni nostri, al 16 aprile 2024, quando Mario Pincarelli, condannato per il pestaggio mortale del giovane Willy Monteiro Duarte, si è unito in matrimonio nel carcere di Civitavecchia con Laura Roffo. Una scintilla scoccata guardando i servizi televisivi, un’attrazione nata attraverso il vetro di uno schermo durante le cronache di un delitto atroce, trasformatasi in visite, lettere e infine nell’abito nuziale varcato tra i controlli penitenziari.
Viene allora da chiedersi da quale abisso interiore tragga origine questa fame, la stessa che oggi nutre il trionfo planetario di podcast, serie e documentari sul crimine. Forse c’è una verità rimossa che la nostra coscienza rifiuta di ammettere a voce alta: il male non si presenta quasi mai con gli artigli e la deformità, ma con un bagliore che acceca. Dopotutto, perfino le Scritture ricordano che Lucifero, prima della caduta, era la stella del mattino, l’angelo più bello e splendente del creato. Ed è precisamente in quel riflesso ingannevole, in quella bellezza spezzata e mortale, che l’animo umano continua a scivolare: attratto dall’illusione di poter guardare il baratro senza diventarne parte, o dalla presunzione, ancora più disperata, di poter redimere l’oscurità semplicemente amandola.

