ROMA – Nel corso della propria carriera scientifica capita di incontrare persone che lasciano un segno profondo nel modo in cui si guarda alla ricerca, alle scelte professionali e alle sfide che si incontrano lungo il percorso. Per me una di queste persone è stata Marjorie Townsend.
Tra le prime donne ingegnere della NASA, Townsend ha lavorato in una fase straordinaria dello sviluppo delle attività spaziali, quando la tecnologia satellitare stava trasformando il modo di osservare la Terra e di esplorare l’Universo. La sua carriera si è sviluppata in un periodo in cui il settore dell’ingegneria aerospaziale era quasi esclusivamente maschile. Per questo il suo percorso rappresenta un esempio particolarmente significativo.
La sua storia è quella di una professionista che ha saputo costruire una carriera scientifica di alto livello in un ambiente competitivo e spesso poco aperto alla presenza femminile, contribuendo allo sviluppo di missioni che hanno avuto un impatto duraturo sulla ricerca scientifica.
Diventare ingegnera negli anni Quaranta
Marjorie Rhodes nacque nel 1930 a Washington, negli Stati Uniti. Fin da giovane mostrò una forte inclinazione per la matematica e le scienze, tanto da completare il percorso scolastico con grande anticipo rispetto ai suoi coetanei. Era così brava che saltò più classi, diplomandosi a soli 15 anni.
Nel 1945 si iscrisse alla George Washington University scegliendo di studiare ingegneria elettrotecnica. Era una decisione tutt’altro che comune per una ragazza dell’epoca. Le facoltà di ingegneria erano frequentate quasi esclusivamente da uomini e le opportunità professionali per le donne in ambito tecnico erano molto limitate.
Gli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale videro il ritorno nelle università di migliaia di veterani, grazie ai programmi statunitensi di sostegno allo studio. Le aule universitarie erano quindi dominate da studenti maschi e la presenza di una donna in un corso di ingegneria era ancora un’eccezione.
Nonostante questo contesto, Townsend proseguì con determinazione i suoi studi. Nel 1951 conseguì la laurea in ingegneria elettrotecnica, diventando la prima donna a ottenere un diploma di ingegneria presso la George Washington University.
Quella laurea segnò l’inizio di un percorso professionale che si sarebbe intrecciato con alcune delle più importanti innovazioni tecnologiche della seconda metà del Novecento.
I primi passi nella ricerca tecnologica
Dopo la laurea Townsend iniziò a lavorare presso il Naval Research Laboratory (NRL), uno dei principali centri di ricerca tecnologica degli Stati Uniti.
Qui si occupò dello sviluppo di sistemi sonar utilizzati per individuare sottomarini. Il suo lavoro consisteva nello sviluppare tecniche di analisi dei segnali capaci di distinguere i segnali acustici prodotti dai sottomarini da quelli generati da altri oggetti presenti nell’oceano, come animali marini o attrezzature da pesca.
Questo tipo di attività richiedeva competenze avanzate nell’elaborazione dei segnali, nell’elettronica e nei sistemi di rilevamento. Competenze che si rivelarono preziose quando, alla fine degli anni Cinquanta, la nascente NASA iniziò a sviluppare i primi programmi satellitari.
La possibilità di osservare la Terra e lo spazio attraverso strumenti collocati in orbita rappresentava allora una frontiera completamente nuova della ricerca scientifica.
I satelliti meteorologici e l’osservazione della Terra
Nel 1959 Townsend entrò a far parte del programma TIROS (Television and InfraRed Observation Satellite), uno dei primi progetti sperimentali dedicati allo studio della Terra dallo spazio.
L’obiettivo del programma era capire se i satelliti potessero essere utilizzati per osservare l’atmosfera terrestre e migliorare la comprensione dei fenomeni meteorologici. Oggi le immagini satellitari delle nuvole sono parte integrante delle previsioni del tempo, ma all’epoca si trattava di una tecnologia completamente nuova.
Townsend contribuì allo sviluppo delle apparecchiature di terra necessarie per ricevere e interpretare i dati raccolti dai sensori a infrarossi installati sui satelliti.
Uno dei risultati di questo lavoro fu il lancio di TIROS II, nel novembre del 1960. Il satellite era dotato di telecamere per osservare la copertura nuvolosa e di radiometri capaci di misurare la radiazione proveniente dalla Terra e dalla sua atmosfera.
Per la prima volta gli scienziati potevano osservare i sistemi nuvolosi su scala globale. Le immagini provenienti dallo spazio iniziarono a trasformare radicalmente lo studio della meteorologia e a fornire nuove informazioni sulla dinamica dell’atmosfera.
Questi primi esperimenti avrebbero aperto la strada ai moderni sistemi di osservazione della Terra, oggi fondamentali per lo studio del clima, per il monitoraggio ambientale e per la gestione dei rischi naturali.
Una nuova responsabilità alla NASA
Nel corso degli anni Sessanta Townsend continuò a lavorare alla NASA assumendo progressivamente responsabilità sempre maggiori.
Non si presentava come un percorso semplice. Le donne ingegnere erano ancora pochissime e l’ambiente di lavoro non era sempre favorevole alla loro presenza. Non mancarono episodi di difficoltà e resistenza in un contesto ancora poco aperto. In quegli anni, sebbene il numero fosse ancora molto limitato, anche altre donne iniziavano a entrare nei programmi scientifici e tecnici della NASA, contribuendo progressivamente a trasformare un ambiente fino ad allora quasi esclusivamente maschile. Nonostante le difficoltà, la sua competenza tecnica e la capacità di affrontare problemi complessi le permisero di affermarsi progressivamente all’interno del programma.
Nel 1966 si presentò un’opportunità decisiva per la sua carriera: la NASA cercava un project manager per una nuova missione scientifica, il programma Small Astronomy Satellite (SAS).
Il progetto era considerato impegnativo e richiedeva la collaborazione con uno scienziato noto per il suo carattere esigente, l’astrofisico Riccardo Giacconi, che molti anni dopo avrebbe ricevuto il Premio Nobel per la fisica.
Townsend accettò la sfida e diventò così la prima donna nel programma spaziale statunitense a guidare una missione come project manager.
Uhuru e la nascita dell’astronomia a raggi X
Dal 1961 Stati Uniti e Italia avviarono una collaborazione nel programma spaziale San Marco, che portò al lancio del primo satellite italiano, San Marco-1, nel 1964 dalla base NASA di Wallops Island (Virginia, USA).
A partire dal 1967, i lanci proseguirono dalla piattaforma San Marco, sviluppata dall’Italia su una ex piattaforma petrolifera nella baia di Formosa, al largo delle coste del Kenya, con una base di supporto a Malindi. Situata in prossimità dell’equatore, la piattaforma offriva condizioni particolarmente favorevoli per i lanci equatoriali.
La prima missione del programma SAS, chiamata SAS-1, fu lanciata proprio da qui nel dicembre del 1970. Il satellite venne successivamente ribattezzato Uhuru, parola swahili che significa “libertà”. Il nome fu scelto perché il lancio avvenne proprio nel giorno dell’anniversario dell’indipendenza del Kenya.
Uhuru rappresentò una vera svolta scientifica. Il satellite era progettato per osservare il cielo nella banda dei raggi X, una forma di radiazione molto energetica dello spettro elettromagnetico che non può essere osservata dalla superficie terrestre perché l’atmosfera la assorbe quasi completamente.
Grazie alle osservazioni di Uhuru fu possibile realizzare il primo grande censimento delle sorgenti di raggi X presenti nel cielo. Durante i due anni di attività il satellite identificò oltre 150 sorgenti, tra cui sistemi stellari estremi e oggetti altamente energetici.
Queste osservazioni permisero di comprendere meglio fenomeni astrofisici come stelle di neutroni e sistemi binari compatti, aprendo la strada allo sviluppo di un nuovo campo di ricerca: l’astrofisica delle alte energie.
Il successo di Uhuru dimostrò quanto il lavoro ingegneristico fosse fondamentale per rendere possibili nuove scoperte scientifiche.
Dopo Uhuru: lo sviluppo del programma SAS
Il successo della missione SAS-1 portò la NASA a proseguire il programma con SAS-2, dedicato allo studio dei raggi gamma, e SAS-3, progettato per osservazioni sempre più precise delle sorgenti di raggi X. Queste missioni consolidarono i risultati ottenuti con Uhuru e contribuirono allo sviluppo dell’astronomia delle alte energie.
Marjorie Townsend fu una figura chiave di questo programma: come responsabile del progetto SAS. Fu responsabile dell’intero sviluppo delle missioni, dalla progettazione alla realizzazione fino al lancio. Tra il 1970 e la metà degli anni Settanta, queste missioni aprirono nuove prospettive nello studio dell’Universo ad alta energia.
Per il suo contributo allo sviluppo delle missioni SAS e al rafforzamento della collaborazione scientifica tra Stati Uniti e Italia nel settore spaziale, Marjorie Townsend fu insignita dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
L’eredità di una pioniera
Le missioni SAS segnarono un passaggio fondamentale nella storia dell’astronomia. Grazie ai satelliti divenne possibile osservare l’Universo in regioni dello spettro elettromagnetico fino ad allora inaccessibili. L’astronomia a raggi X rivelò un cosmo molto più dinamico di quanto si pensasse, popolato da fenomeni estremi e oggetti compatti come stelle di neutroni e buchi neri. Molti degli osservatori spaziali che oggi studiano questi fenomeni affondano le loro radici proprio nei risultati ottenuti da quei primi satelliti.
L’esperienza e l’esempio di Marjorie Townsend hanno contribuito a formare generazioni di ricercatrici e ricercatori, mostrando come competenza tecnica, visione scientifica e determinazione possano aprire nuove strade anche nei contesti più complessi.
Townsend lasciò la NASA nel 1980 e continuò a lavorare come consulente fino al 1993. Si spense il 4 aprile 2015 a Washington, a 85 anni. Fino alla fine amava ricordare alle giovani ingegnere l’importanza di comprendere a fondo i problemi e il contesto in cui si lavora, come chiave per diventare figure davvero indispensabili.
fonte InGV – Maria Fabrizia Buongiorno