La pizzica, il ritmo antico del Salento che continua a far ballare generazioni: storia, musica e tradizione

LECCE – Il ritmo incalzante del tamburello, il movimento dei piedi, le gonne che accompagnano la danza e due persone che si cercano e si sfidano senza quasi mai toccarsi. La pizzica è molto più di un ballo popolare: è una delle espressioni più riconoscibili della cultura del Salento e un patrimonio musicale che, partendo da radici antiche, ha conquistato negli ultimi decenni piazze e festival ben oltre i confini della Puglia.

Oggi viene ballata soprattutto durante feste popolari, sagre e concerti, ma la sua storia affonda nel mondo contadino dell’Italia meridionale e si intreccia con un fenomeno culturale molto più complesso: quello del tarantismo.

La pizzica appartiene alla grande famiglia delle tarantelle dell’Italia meridionale. Per secoli musica e danza hanno accompagnato feste, matrimoni, incontri familiari e momenti comunitari nelle campagne salentine.

Una parte della sua storia è però indissolubilmente legata al tarantismo, fenomeno documentato soprattutto nel Salento e studiato nel Novecento anche dall’antropologo Ernesto de Martino.

Secondo la tradizione, alcune persone – prevalentemente donne – manifestavano uno stato di profondo malessere attribuito simbolicamente al morso della taranta, il ragno al quale veniva ricondotta la causa della sofferenza.

La musica diventava allora parte di un vero e proprio rituale.

Tamburelli, violini, organetti e altri strumenti accompagnavano per ore la persona coinvolta, che danzava seguendo ritmi sempre più serrati. Attraverso movimento, musica e ripetizione si cercava di raggiungere una sorta di liberazione dal male.

Il significato storico e antropologico del tarantismo è naturalmente molto più articolato della semplice credenza nel morso di un ragno: gli studiosi lo hanno interpretato anche come una forma ritualizzata attraverso la quale potevano trovare espressione sofferenze individuali, sociali e psicologiche.

È importante, però, non identificare tutta la pizzica con il tarantismo.

Accanto alla musica utilizzata nei rituali esisteva infatti la pizzica-pizzica, danza di festa e di socializzazione eseguita durante matrimoni, ricorrenze e momenti di aggregazione.

Tradizionalmente si balla in coppia, ma non necessariamente tra un uomo e una donna e non deve essere considerata esclusivamente una danza di corteggiamento.

I ballerini si muovono all’interno di uno spazio ideale delimitato dalla ronda, il cerchio formato da musicisti, altri danzatori e spettatori.

Uno entra, l’altro risponde. Ci si avvicina e ci si allontana, si cambia direzione, si gira seguendo il ritmo del tamburello.

Ed è proprio questo continuo dialogo attraverso il corpo a rendere la pizzica così coinvolgente.

Nell’immaginario contemporaneo la pizzica è spesso associata a lunghe gonne colorate, camicie bianche, corpetti e soprattutto al celebre fazzoletto rosso agitato durante la danza.

Qui, però, è necessaria una precisazione.

Non esiste un unico e immutabile “costume ufficiale” della pizzica tramandato identico attraverso i secoli. Molti degli abiti oggi utilizzati negli spettacoli sono il risultato della reinterpretazione scenica degli indumenti popolari e contadini del Salento.

Anche il fazzoletto rosso, divenuto uno dei simboli più fotografati della danza, viene frequentemente interpretato come strumento di seduzione o come invito rivolto al partner. Il suo utilizzo storico era però più articolato e non può essere ridotto a un codice amoroso universale.

Nella danza contemporanea il fazzoletto accentua il movimento delle braccia e crea un suggestivo contrasto con il vortice delle gonne, contribuendo alla spettacolarità della pizzica.

Se c’è uno strumento che identifica immediatamente questa musica è il tamburello salentino.

Il suo ritmo incessante costituisce la struttura sulla quale si sviluppano canto e danza. A esso possono affiancarsi violino, organetto, armonica, chitarra e altri strumenti della tradizione popolare.

Il tamburello non svolge soltanto una funzione di accompagnamento.

È quasi il battito cardiaco della pizzica.

Il ritmo cresce, accelera e trascina progressivamente musicisti, ballerini e pubblico, spiegando in parte la straordinaria capacità di questa musica di coinvolgere anche chi la ascolta per la prima volta.

Per un lungo periodo queste tradizioni sono rimaste strettamente legate alle comunità locali. Dalla seconda metà del Novecento, e soprattutto dagli anni Novanta, è iniziato invece un importante processo di riscoperta della musica popolare salentina.

Ricercatori, musicisti e gruppi locali hanno recuperato canti, testimonianze e modalità esecutive tramandate dalle generazioni precedenti.

La pizzica è progressivamente uscita dai contesti esclusivamente locali ed è diventata uno dei simboli culturali della Puglia.

Un ruolo fondamentale nella sua enorme diffusione contemporanea è stato svolto dalla Notte della Taranta, il grande festival itinerante dedicato alla musica popolare salentina che culmina nel Concertone di Melpignano.

Da allora il suono del tamburello ha raggiunto pubblici sempre più vasti, incontrando rock, jazz, musica sinfonica ed elettronica senza perdere il legame con la propria matrice popolare.

La forza della pizzica sta probabilmente proprio nella sua capacità di essere contemporaneamente memoria e presente.

Racconta il Salento rurale, le feste nelle corti e nelle piazze, il lavoro nei campi, le difficoltà della vita contadina, ma anche la necessità universale di incontrarsi, fare musica e trasformare uno spazio pubblico in una comunità.

Oggi migliaia di persone imparano a ballarla senza appartenere necessariamente alla cultura nella quale è nata.

Eppure bastano ancora pochi secondi perché venga riconosciuta.

Un tamburello comincia a battere. Si forma una ronda. Due persone entrano al centro.

I piedi seguono il ritmo, le mani accompagnano il movimento e la danza accelera.

È in quel momento che una tradizione antica smette di appartenere soltanto al passato e torna, ancora una volta, a vivere.