Ferragosto in bianco e nero, quando bastavano una 500 e un cestino da picnic: come è cambiata la grande festa degli italiani

C’erano le automobili cariche fino all’inverosimile, le valigie legate sul portapacchi, i finestrini abbassati perché l’aria condizionata era ancora un lusso sconosciuto ai più. C’erano i treni affollati, i cestini preparati a casa, le tovaglie stese sull’erba e le famiglie che partivano all’alba per conquistare un posto al mare, sulla riva di un lago o all’ombra di un bosco. Il Ferragosto in bianco e nero racconta un’Italia che non esiste più, ma che continua sorprendentemente a sopravvivere dentro il Ferragosto di oggi.

La storia della festa è molto più antica delle fotografie ingiallite degli anni Cinquanta e Sessanta. Il nome deriva dalle Feriae Augusti, le antiche ferie d’agosto. La ricorrenza, originariamente legata al primo giorno del mese, conservò nei secoli un forte carattere popolare e venne poi assorbita nella celebrazione cristiana dell’Assunzione del 15 agosto. Già nella Roma medievale il periodo era caratterizzato da manifestazioni collettive e processioni, mentre rimasero a lungo vive consuetudini come doni e mance.

Ma il Ferragosto che appartiene alla memoria familiare degli italiani nasce soprattutto quando alla festa si aggiunge il viaggio. Durante gli anni Trenta i cosiddetti “treni popolari” favorirono l’accesso alle gite e alle località turistiche anche per fasce della popolazione che difficilmente avrebbero potuto permetterselo. Tra il 1931 e il 1939 speciali collegamenti ferroviari a tariffe ridotte contribuirono alla diffusione di quella cultura della gita popolare che sarebbe diventata uno dei tratti distintivi del Ferragosto italiano.

Poi arrivò il dopoguerra e, soprattutto, l’Italia del boom economico. Ed è qui che il Ferragosto entra definitivamente nell’immaginario collettivo. La fotografia cambia: accanto ai treni compaiono sempre più automobili. La Fiat 500, la 600 e le utilitarie della motorizzazione di massa diventano strumenti di una libertà fino ad allora sconosciuta a milioni di famiglie. Partire significava poter decidere autonomamente dove andare. Non necessariamente lontano: spesso erano sufficienti cinquanta chilometri per sentirsi in vacanza.

Le immagini di quell’epoca hanno qualcosa di irripetibile. Famiglie intere stipate dentro automobili minuscole, bambini sui sedili posteriori, ombrelloni, sedie pieghevoli, borse termiche rudimentali, pentole e vettovaglie. Si partiva presto, spesso prestissimo. Il pranzo non si prenotava attraverso uno smartphone: viaggiava insieme alla famiglia. Pasta al forno, frittata, pollo, pomodori, pane, cocomero e bottiglie mantenute fresche come si poteva. Il Ferragosto era soprattutto una grande tavola trasferita all’aperto.

La gita fuori porta aveva qualcosa di rituale. Chi viveva nelle città cercava il mare, i laghi, i fiumi o la montagna. Chi aveva conservato legami con il paese d’origine tornava invece nella casa dei genitori o dei nonni. E così il 15 agosto diventava contemporaneamente giorno della partenza e del ritorno.

Anche allora esistevano code, affollamenti e disagi. Con la progressiva motorizzazione dell’Italia, le strade delle vacanze divennero uno dei simboli dell’esodo estivo. Ma era diverso il rapporto con il viaggio. Non c’erano navigatori satellitari che calcolavano il percorso al minuto, applicazioni che segnalavano incidenti, tutor, previsioni del traffico continuamente aggiornate. C’erano le carte stradali ripiegate nel cruscotto, i cartelli, le indicazioni chieste al distributore di benzina e una certa dose di pazienza.

Il viaggio stesso faceva parte della vacanza.

Per decenni agosto ha significato anche città quasi completamente vuote. L’Archivio Storico dell’Istituto Luce ricorda come ancora fino agli anni Novanta trascorrere agosto nelle grandi città italiane significasse confrontarsi con negozi, cinema, teatri e numerose attività chiuse, mentre treni affollati e autostrade trafficate segnalavano il trasferimento di massa verso le località di villeggiatura.

Era l’Italia delle serrande abbassate con il cartello scritto a mano: “Chiuso per ferie”.

Oggi quel mondo è profondamente cambiato. Il Ferragosto del XXI secolo è molto più veloce, frammentato e tecnologico. Le città non si svuotano più completamente, molte attività rimangono aperte, il turismo internazionale mantiene vivi i grandi centri e le ferie sono distribuite durante un periodo dell’anno molto più ampio. Non tutti partono ad agosto e non tutti possono permettersi lunghe vacanze.

È cambiato soprattutto il modo di spostarsi. Le autostrade restano protagoniste e il grande traffico ferragostano non è affatto scomparso, ma oggi il viaggio viene pianificato quasi scientificamente: previsioni in tempo reale, navigatori, applicazioni, prenotazioni online, voli low cost, alta velocità, check-in digitali. Prima ancora di mettere in moto sappiamo quanti minuti impiegheremo, dove incontreremo una coda e persino dove conviene fermarsi.

Anche la geografia delle vacanze si è allargata enormemente. Per la generazione del boom economico raggiungere la costa più vicina poteva rappresentare la grande gita dell’anno; oggi in poche ore si vola da una capitale europea all’altra e Ferragosto può essere trascorso indifferentemente su una spiaggia italiana, in una città straniera o dall’altra parte del Mediterraneo.

Eppure, accanto a questa dimensione globale, resiste con forza il Ferragosto dei territori. Nei piccoli borghi dell’Appennino, soprattutto nelle aree interne del Lazio e dell’Abruzzo, agosto continua a produrre un fenomeno quasi opposto allo spopolamento che caratterizza il resto dell’anno. Paesi con poche centinaia o addirittura poche decine di residenti tornano a riempirsi. Riaprono le case di famiglia, arrivano figli e nipoti, tornano gli emigrati, riprendono le processioni, le feste patronali, le sagre e le cene nelle piazze.

È forse qui che il Ferragosto contemporaneo assomiglia maggiormente a quello delle vecchie fotografie.

Cambiano le automobili, cambiano gli abiti, cambiano le abitudini, ma rimane il bisogno di ritrovarsi.

Naturalmente è cambiato anche il modo di raccontare la festa. Una volta rimanevano poche fotografie: sei, dieci, magari ventiquattro scatti di un rullino che sarebbe stato sviluppato al ritorno dalle vacanze. Non si sapeva neppure se la fotografia fosse riuscita. Oggi il Ferragosto viene documentato in tempo reale: fotografie, video, storie, messaggi, geolocalizzazioni. Prima si viveva un momento e, forse, lo si fotografava. Oggi talvolta sembra quasi necessario fotografarlo per certificare di averlo vissuto.

Non significa necessariamente che il Ferragosto di ieri fosse migliore di quello di oggi. Sarebbe troppo facile trasformare il passato in una cartolina nostalgica. Le automobili erano meno sicure, i viaggi più faticosi, le possibilità economiche molto più limitate e per milioni di italiani la vacanza restava breve o semplicemente impossibile.

Ma quell’Italia possedeva qualcosa che le fotografie in bianco e nero riescono ancora a trasmettere: il senso dell’eccezionalità della partenza. La gita era un evento. Il mare poteva essere visto una volta all’anno. Un pranzo sull’erba diventava un ricordo da conservare. Cinquanta chilometri percorsi tutti insieme potevano avere il sapore di un’avventura.

Oggi possiamo andare molto più lontano e molto più velocemente. Abbiamo automobili climatizzate, treni ad alta velocità, voli prenotabili in pochi secondi e il mondo intero dentro uno smartphone. Ma il 15 agosto continua ostinatamente a produrre lo stesso movimento: si parte.

Si parte dalle città verso il mare. Si sale verso la montagna. Si raggiungono laghi e fiumi. Si torna nei paesi. Si attraversano autostrade congestionate pur di arrivare a quella tavola, a quella spiaggia, a quella casa dove qualcuno ci aspetta.

Ed è forse questa la continuità più affascinante fra il Ferragosto in bianco e nero e quello iperconnesso di oggi.

Sono cambiati i mezzi, le distanze e la velocità. È cambiato persino il concetto di vacanza. Ma non è cambiata completamente la ragione del viaggio.

Dietro ogni grande esodo di Ferragosto continua infatti a nascondersi un desiderio antichissimo e semplicissimo: interrompere per un giorno il tempo ordinario, andare altrove e ritrovarsi. Una volta con una 500 carica di valigie e una cartina stradale sul cruscotto, oggi seguendo una linea blu sul navigatore. La strada è cambiata. Il bisogno di partire, forse, molto meno.