ROMA – Una riflessione sul tema dell’aborto, sulla tutela delle donne e sulla possibilità di offrire una famiglia ai bambini attraverso l’adozione. A intervenire nel dibattito è l’imprenditore romano Gianluca Pietrucci, che propone di distinguere le situazioni segnate da violenza e costrizione dalle gravidanze indesiderate determinate da altre circostanze.
«Aborto sì o no? È una domanda complessa, alla quale non si può rispondere ignorando le condizioni in cui ha avuto origine la gravidanza», afferma Pietrucci.
Secondo l’imprenditore, l’interruzione volontaria della gravidanza deve restare una possibilità nei casi più drammatici, come quelli derivanti da stupro, violenza sessuale su minori, incesto o rapporti imposti all’interno di un matrimonio forzato. Situazioni nelle quali, sottolinea, devono prevalere la protezione della vittima, il sostegno psicologico e il rispetto della sua dignità.
Diversa è la posizione espressa da Pietrucci rispetto alle gravidanze indesiderate non originate da violenza. In questi casi, la sua proposta è quella di rafforzare gli strumenti economici, sanitari, psicologici e sociali necessari ad accompagnare la donna durante la gestazione, prospettando, qualora la madre non possa o non voglia occuparsi del bambino, il ricorso alle procedure previste per l’adozione.
«Esistono numerose famiglie in possesso dei requisiti che attendono da tempo di poter accogliere un bambino – osserva Pietrucci –. Occorre rendere più efficace il collegamento tra le donne che liberamente scelgono di portare avanti una gravidanza senza riconoscere il neonato e le coppie inserite nei percorsi di adozione».
L’imprenditore richiama così anche la possibilità, già contemplata dall’ordinamento, di partorire in anonimato e in condizioni di sicurezza, senza essere obbligate a riconoscere il neonato. Un percorso che deve comunque fondarsi sulla libera scelta della donna e sull’intervento delle istituzioni competenti.
Per Pietrucci, politiche più attente alla maternità, all’accoglienza e alle adozioni potrebbero contribuire anche ad affrontare la denatalità, senza però ridurre una questione personale e dolorosa a un semplice dato demografico.
«Non servono contrapposizioni ideologiche – conclude – ma una rete capace di non lasciare sola nessuna donna e di offrire, quando liberamente scelto, una possibilità di vita al nascituro e una speranza alle famiglie in attesa di adozione».