Il Mediterraneo è in continuo movimento: le rocce raccontano milioni di anni di rotazioni e migrazioni

ROMA – Il Mediterraneo che osserviamo oggi è soltanto l’ultima fotografia di una storia geologica durata centinaia di milioni di anni. Sardegna, Corsica, Calabria e Sicilia non sono sempre state dove le vediamo sulle carte geografiche: interi frammenti della crosta terrestre hanno viaggiato, ruotato e cambiato posizione, contribuendo alla formazione dell’attuale configurazione del bacino. A ricostruire questo straordinario viaggio nel tempo è un approfondimento pubblicato da INGVambiente e firmato da Gaia Siravo.

Dietro l’apparente immobilità della geografia mediterranea si nasconde infatti uno dei sistemi geodinamici più complessi del pianeta. Aperture di antichi oceani, collisioni tra continenti, subduzioni, frammentazioni e rotazioni di blocchi crostali hanno modificato profondamente il territorio nell’arco di decine di milioni di anni.

Una parte fondamentale di questa storia è legata alla frammentazione della Pangea e alla nascita della Tetide Alpina, un antico oceano formatosi tra i margini europeo e africano circa 160-140 milioni di anni fa. Successivamente la convergenza tra Africa ed Europa ne determinò progressivamente la chiusura, contribuendo alla formazione delle grandi catene montuose mediterranee, dalle Alpi agli Appennini fino ai sistemi del Nord Africa.

Ma come è possibile stabilire dove si trovassero milioni di anni fa territori che oggi appartengono all’Italia? Una delle risposte arriva dal paleomagnetismo. Alcune rocce sedimentarie e vulcaniche contengono minuscoli minerali magnetici che, al momento della loro formazione, possono orientarsi secondo il campo magnetico terrestre. Quell’orientamento può rimanere conservato nella roccia per milioni di anni, creando una sorta di memoria magnetica della sua posizione originaria.

Attraverso centinaia di campioni raccolti sul terreno e successivamente analizzati in laboratorio, gli studiosi possono quindi ricostruire le rotazioni subite nel tempo dai diversi blocchi della crosta terrestre.

Particolarmente affascinante è la storia di Sardegna e Corsica. La microplacca sardo-corsa ha compiuto importanti rotazioni durante l’apertura del bacino Liguro-Provenzale. I nuovi dati paleomagnetici hanno inoltre costretto gli studiosi a rivedere modelli precedentemente considerati validi: alcune porzioni della Sardegna avrebbero registrato rotazioni fino a circa 90 gradi, mostrando quanto complessa sia stata l’evoluzione dell’area.

Una storia altrettanto sorprendente riguarda Calabria e Sicilia nord-orientale. Per molto tempo il blocco calabro e quello dei Peloritani sono stati interpretati come parti di un unico sistema che si sarebbe spostato in maniera sostanzialmente solidale.

Le nuove evidenze paleomagnetiche raccontano invece qualcosa di diverso. I dati della successione di Longobucco, in Calabria, indicano una complessa rotazione complessiva antioraria di circa 160 gradi, maturata attraverso differenti fasi geologiche. Nei Peloritani, invece, le misurazioni indicano rotazioni in senso opposto, cioè orario, fino a circa 130 gradi. Ciò porta a considerare differenti le rispettive storie geodinamiche.

Fondamentale per arrivare alla geografia che conosciamo oggi è stata anche la formazione del Mar Tirreno, sviluppatosi approssimativamente tra 10 e 2 milioni di anni fa, dopo quella del bacino Liguro-Provenzale, formatosi tra circa 30 e 15 milioni di anni fa.

Il risultato è un’immagine completamente diversa da quella suggerita da una normale carta geografica: il Mediterraneo è un enorme puzzle geologico, composto da frammenti che nel corso del tempo si sono separati, hanno ruotato, percorso grandi distanze e infine raggiunto la configurazione attuale.

E la ricostruzione non è ancora conclusa. Restano aperte diverse questioni scientifiche, dai rapporti con i movimenti della penisola iberica alla cronologia esatta delle differenti rotazioni. Proprio l’acquisizione di nuovi dati può modificare teorie considerate consolidate, rendendo il Mediterraneo occidentale uno straordinario laboratorio naturale per comprendere l’evoluzione della Terra.

Le montagne, le isole e le coste che oggi ci appaiono immobili sono dunque il risultato provvisorio di un pianeta in continua trasformazione. E sono le rocce, attraverso la memoria magnetica conservata al loro interno, a permettere agli scienziati di ricostruire un viaggio iniziato milioni di anni prima della comparsa dell’uomo.