Roma – Nell’ipotesi che il carburante possa arrivare a cinque euro al litro qualcuno, probabilmente, continuerebbe a dire: «Io metto sempre venti euro». È una provocazione, certo. Ma racconta bene il rischio di un Paese che si abitua ai rincari, li commenta, li subisce e finisce per considerarli inevitabili. Intanto, con gli stessi venti euro, percorre sempre meno strada.
La nuova stretta ha un riferimento preciso: dal 6 ottobre è venuto meno l’ultimo sconto fiscale sul gasolio, pari a 6,1 centesimi al litro. Secondo quanto riportato da ANSA e Sky TG24, il decreto necessario ad attivare il meccanismo delle accise mobili non è arrivato a compensare la scadenza del beneficio. Il relativo sollievo temporaneo si è così concluso, lasciando agli automobilisti un ulteriore aggravio.
Una tregua, peraltro, che non aveva restituito prezzi rassicuranti. Già a settembre, nel Modenese, Federconsumatori segnalava punte di gasolio al servito a 2,649 euro al litro. Un prezzo locale, che non va confuso con la media nazionale, ma sufficiente a mostrare quanto possa diventare oneroso un rifornimento.
Dietro la differenza tra self-service e servito c’è poi una questione che meriterebbe molta più attenzione. Non tutti possono scegliere liberamente la modalità più economica. Per una persona anziana, per chi ha difficoltà motorie o per chi non riesce a utilizzare autonomamente gli impianti, l’assistenza dell’addetto può essere una necessità. Anche il risparmio, dunque, richiede condizioni che non tutti possiedono.
Dire a queste persone di arrangiarsi, di cercare un altro distributore o di fare da sole significa ignorare la loro quotidianità. La possibilità di spendere meno non dovrebbe dipendere dalla capacità fisica di scendere dall’auto, maneggiare una pistola erogatrice e completare le operazioni di pagamento.
Eppure il dibattito continua a concentrarsi sui centesimi, sulle scadenze, sulle proroghe. Nel frattempo si perde di vista il conto complessivo. Perché il caro carburante non si misura soltanto davanti alla pompa: si misura alla fine del mese, quando lo stipendio deve coprire gli stessi tragitti e tutte le altre spese.
Il meccanismo dei venti euro è quasi un’anestesia. La banconota è la stessa, il gesto è lo stesso, la sensazione può essere quella di non avere speso di più. Ma basta fare una divisione: a due euro al litro si acquistano dieci litri; a due euro e cinquanta se ne acquistano otto; a cinque euro appena quattro. La somma resta ferma, la quantità si riduce. E chi deve percorrere gli stessi chilometri torna prima al distributore.
L’aumento diventa meno evidente nel singolo pagamento, ma presenta il conto nella frequenza dei rifornimenti. Oppure costringe a rinunciare a qualcosa: una visita ai familiari, una giornata fuori, un acquisto. Si restringe la vita per farla entrare nel serbatoio.
C’è però chi non può ridurre gli spostamenti. Chi deve raggiungere il posto di lavoro, accompagnare un figlio, assistere un genitore, sottoporsi a una terapia. Per queste persone l’automobile è uno strumento necessario, soprattutto nei territori dove i collegamenti pubblici non offrono un’alternativa praticabile.
Dalla Marsica alla Piana del Cavaliere, dalla Valle dell’Aniene ai piccoli centri lontani dai servizi, il costo della mobilità entra direttamente nel bilancio delle famiglie. Una visita specialistica può richiedere un viaggio lungo. Un turno di lavoro può iniziare quando non passa alcun autobus. Il bisogno di spostarsi rimane, anche quando il prezzo rende ogni chilometro più pesante.
Il conto raggiunge anche le imprese. Un artigiano non può portare gli attrezzi dal cliente restando a casa. Chi consegna prodotti deve continuare a consegnarli. Chi trasporta merci deve sostenere il viaggio. Quando questi costi aumentano, possono comprimere i margini delle attività oppure trasferirsi sui prezzi finali. Il rincaro della pompa finisce così per bussare anche alla porta di chi l’automobile la usa poco.
Di fronte a tutto questo, la domanda sul divano è scomoda ma necessaria. Quanto siamo disposti ad accettare prima di pretendere risposte adeguate? Quale soglia dovrebbe essere superata perché il malcontento diventi una richiesta collettiva, insistente e organizzata?
Non possiamo misurare la rassegnazione di un intero popolo da qualche commento sui social. E sarebbe ingiusto scambiare la fatica di arrivare a fine mese per indifferenza. Ma proprio quella fatica dovrebbe trovare una voce pubblica più forte. Il rischio è che ciascuno affronti da solo un problema che riguarda milioni di persone.
Reagire significa chiedere trasparenza sui prezzi, controlli sulle irregolarità, interventi comprensibili e sostegni capaci di raggiungere chi deve muoversi per lavorare o curarsi. Significa pretendere che le scadenze delle agevolazioni siano accompagnate da decisioni concrete e che le alternative di trasporto diventino utilizzabili nella vita reale.
La politica deve rispondere delle proprie scelte. I cittadini devono poterle valutare sulla base dei risultati: quanto costa andare al lavoro, quanto pesa raggiungere un ospedale, quante risorse restano a una famiglia dopo avere pagato gli spostamenti indispensabili.
Cinque euro al litro, dunque, è una provocazione, non una previsione. Serve a domandarci fino a dove possa arrivare la nostra capacità di adattamento. Perché abituarsi a pagare sempre di più può sembrare una forma di resistenza, ma spesso significa soltanto accettare di avere sempre meno.
Possiamo continuare a mettere venti euro. Possiamo continuare a lamentarci dal divano. Ma il distributore non ci restituirà gli stessi litri per rispetto delle nostre abitudini.
E chi deve andare al lavoro o a curarsi, da quel divano dovrà comunque alzarsi. Pagando.

