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Roma sotterranea, Pietrucci guarda al recupero delle cavità: turismo e fungaie tra le opportunità da studiare

ROMA – Conoscere il sottosuolo per mettere in sicurezza la città e valutare nuove possibilità di recupero. Dalla mappa delle cavità sotterranee di Roma prende spunto la riflessione dell’imprenditore Gianluca Pietrucci: studiare percorsi di turismo culturale e, negli ambienti idonei, la realizzazione di fungaie per la coltivazione controllata dei funghi. Due prospettive da approfondire attraverso verifiche tecniche, nel rispetto della natura e delle caratteristiche di ciascun sito.

Sotto strade, palazzi e quartieri della Capitale si sviluppa una rete di cave, cunicoli, catacombe, strutture idrauliche e rifugi. La ricognizione illustrata da Geopop sulla base del lavoro dell’ISPRA interessa oltre 32 chilometri quadrati di territorio: un dato riferito alle aree coinvolte dalla presenza di cavità, che non equivale a una superficie interamente accessibile o utilizzabile.

La priorità della mappatura è la prevenzione. L’ISPRA evidenzia come il cedimento delle cavità, anche in presenza di perdite delle reti idriche, possa provocare voragini in superficie. La conoscenza di questi ambienti resta inoltre frammentaria e la carta è uno strumento in corso di perfezionamento, da integrare con nuovi rilievi e informazioni.

In questo quadro si inserisce il tema della valorizzazione. La prospettiva suggerita da Pietrucci è affiancare alla conoscenza delle criticità uno studio delle opportunità, distinguendo gli spazi da consolidare o mantenere interdetti da quelli che potrebbero prestarsi a un recupero compatibile.

Il turismo sotterraneo rappresenta una prima direzione di lavoro. Nei siti che presentino le necessarie condizioni di sicurezza e accessibilità, si potrebbero valutare visite guidate e itinerari capaci di raccontare la storia delle cave, delle tecniche costruttive e degli antichi sistemi di gestione dell’acqua. Una proposta che potrebbe ampliare la conoscenza della città, portando l’attenzione anche su luoghi meno conosciuti e sui quartieri sotto i quali si estendono queste testimonianze.

La seconda ipotesi riguarda le fungaie. Il riutilizzo di alcune cavità per la coltivazione dei funghi ha già precedenti nella storia romana: l’ISPRA ricorda che cave di sabbia e conglomerati nella parte sud-occidentale della città furono successivamente impiegate anche come depositi e fungaie. Questo precedente offre uno spunto da approfondire, senza rendere automaticamente adatto ogni ambiente sotterraneo a un’attività produttiva.

Un eventuale progetto richiederebbe una valutazione specifica della stabilità, delle condizioni ambientali, della ventilazione, della salubrità e della gestione degli accessi. Andrebbero inoltre accertati proprietà, vincoli e compatibilità degli interventi. Gli ambienti di interesse archeologico, religioso o funerario richiedono una tutela coerente con il loro valore e la loro destinazione.

Il percorso potrebbe partire da uno studio di fattibilità su un numero limitato di siti, mettendo in relazione competenze geologiche, ingegneristiche, archeologiche e imprenditoriali. Solo dopo queste verifiche sarebbe possibile individuare eventuali progetti pilota e valutarne costi, sostenibilità e benefici per il territorio.

La riflessione di Pietrucci apre così un tema che unisce prevenzione e progettazione: comprendere meglio la città nascosta sotto Roma e verificare dove il recupero possa diventare un’opportunità culturale o produttiva. La mappa costituisce una base di conoscenza; trasformarla in iniziative concrete richiede un lavoro mirato, sito per sito.

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