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Scuola, settimana corta sotto accusa: “Studenti più stanchi, meno apprendimento e socialità a rischio”

Sul tema di scottante attualità dell’introduzione della settimana corta nelle scuole, che sta alimentando un ampio dibattito tra famiglie, studenti e personale scolastico, si registra l’intervento di quattro docenti di un istituto scolastico abruzzese. Una riflessione che pone al centro le esigenze degli studenti, la qualità dell’apprendimento e il ruolo educativo e sociale della scuola. Di seguito pubblichiamo integralmente il loro contributo.


La discussione sull’introduzione della “settimana corta”, ovvero la concentrazione dell’orario scolastico su cinque giorni, dal lunedì al venerdì, sta in questi giorni interessando genitori e alunni di diverse scuole secondarie di secondo grado.

Le motivazioni dei favorevoli riguardano quasi esclusivamente l’organizzazione familiare o il risparmio energetico dell’edificio, di parere contrario sono coloro che intravedono ricadute negative di ordine didattico e pedagogico.

Nella gran parte dei casi il monte ore settimanale suddiviso in cinque giorni prevede la presenza dei ragazzi a scuola mediamente per sei ore con ingresso alle 8:00 e uscita alle 14:00 con una o due brevi interruzioni.

Studi di psicologia dell’apprendimento evidenziano come la soglia di attenzione dei ragazzi crolli significativamente dopo la quarta ora.

Nelle ultime ore (5ª e 6ª), la resa per materie ad alto carico concettuale e per le quali è necessaria una forte astrazione (Matematica, Fisica, Scienze, Greco o Latino) diminuisce notevolmente. Per i docenti significa fare lezione a una classe affaticata, rendendo difficile la spiegazione di nuovi argomenti complessi o lo svolgimento di verifiche.

Inoltre, con la “settimana corta”, la possibile concentrazione di molte materie diverse nello stesso giorno condurre a un carico di studio pomeridiano che non è sempre possibile garantire anche per motivi di pendolarismo o per gli impegni sportivi che molti alunni hanno. Lo slittamento dell’orario del pranzo, inoltre, è da considerarsi un effetto non desiderabile e non positivo per la salute dei giovani. Esistono evidenze riportate da ragazzi e famiglie che riferiscono di una significativa riduzione delle attività extra scolastiche (sportive e culturali) a causa della mancanza di tempo disponibile dopo le attività di studio.

Per gli studenti che hanno difficoltà a organizzare il proprio lavoro in modo autonomo il rischio è quello di peggiorare il rendimento scolastico e per gli alunni con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) o con bisogni educativi speciali, sostenere sei ore di lezioni nella stessa giornata rappresenta un fattore di forte stress e affaticamento cognitivo.

La scuola, soprattutto in un territorio di provincia, non è soltanto un edificio in cui si studiano i programmi ministeriali, ma è un vero presidio di crescita e coesione sociale che decide se un territorio continua a vivere o si spegne lentamente.

Proprio per questo, la scelta della “settimana corta” rischia di tradursi in una perdita educativa inestimabile: sottrarre il sabato alla scuola significa privare i ragazzi di un giorno fondamentale di aggregazione, crescita e socialità, in contesti dove le alternative culturali sono abbastanza ridotte. Organizzare il tempo pedagogico in giornate interminabili e faticose svuota la scuola della sua funzione più alta, che è quella di accogliere e far fiorire anche le relazioni. Garantire ai giovani spazi e tempi distesi di confronto è un modo realmente fondamentale per dare a un territorio la forza di restare umano e vivo.

Per tali ragioni il dibattito sulla revisione dell’orario delle lezioni resta un tema a cui dedicarsi con attenzione e non può essere subordinato ad esigenze di risparmio e di organizzazione strutturale dell’istituzione scolastica.

Firmato:

Pierpaola Felli

Velia Nazzarro

Michela Ciocca

Ilaria Rosa.

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