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“La favorita del Re”: un grandioso affresco storico fra lingua arcaica e vita di corte. Intervista alla scrittrice Loretta Minnozzi

Un romanzo sapientemente scritto con una resa linguistica che sa essere efficace e convincente. L'estro letterario dell'autrice fa appassionare alle stravaganti vicende narrate, e sa rapire il lettore sin dalle prime pagine.

L’inaspettato ritrovamento di uno scambio epistolare da il via a questo libro sui generis di Loretta Minnozzi La favorita del Re (Argento Vivo Edizioni, 2022), catapultando il lettore, in men che non si dica, in un bizzarro scenario della corte di Francia nel XVII secolo. La vicenda si apre con una missiva inviata dalla Marchesa Camilla alla bellissima contessina Artemisia, che il sovrano ha adocchiato per farne la sua prediletta amante cortigiana. La giovane fanciulla, dapprima lusingata per tale proposta, con il tempo non dormirà più sonni tranquilli. Le cose si complicano quando, dall’alto della sua esperienza quale ex favorita del re, la marchesa stilerà per la giovincella inesperta un decalogo, elencando le voglie del sovrano e le stranezze da assecondare per soddisfare i suoi innumerevoli strambi capricci.

Con uno stile ricercato e divertente Loretta Minnozzi sceglie il genere epistolare per ricreare il quadro di un’epoca spesso poco conosciuto. L’autrice si avvale di un lessico arcaico efficace e molto preciso, per non snaturare il sapore desueto delle missive, che contengono dettagliati riferimenti alle usanze, agli ambienti e ai personaggi dell’epoca.

Raccontando episodi dalle sfaccettature sfrontate e irriverenti, con una vena ironica, la scrittrice riesce a creare un forte coinvolgimento nella lettura. La resa linguistica e le dettagliate descrizioni fanno di questo libro un vero gioiello di originalità letteraria nel panorama librario italiano.

La favorita del re ha ricevuto il Premio Residenze Gregoriane 2020 nella sezione di Narrativa Inedita Breve, per essere riuscito, tra gli altri meriti, a ricreare un quadro “persuasivo e trascinante, ricco di attestazioni da parte di una piacevole varietà di personaggi”.

Abbiamo voluto incontrare la scrittrice Loretta Minnozzi per chiederle alcune curiosità sul romanzo.

Benvenuta Loretta e grazie per essere qui a parlarci del tuo libro La favorita del re. Cominciamo da te: sei laureata in Economia e lavori come consulente del lavoro, dove è nata l’idea di dedicarti alla scrittura e in particolare di scrivere il tuo primo libro?

“Buongiorno,  innanzitutto vorrei porgere due parole di ringraziamento alla d.ssa. Maria Laura Zazza per avermi dedicato tempo prezioso e soprattutto spazio prezioso nei prestigiosi giornali “Confinelive” e “Uffici Stampa Nazionali”

Sono stata sempre creativa con le mani (disegno, pittura, ricamo…) e l’idea di scrivere non era contemplata. Addirittura da piccina -quale mente matematica- sognavo di arrivare a scoprire la formula della quadratura del cerchio. Poi un giorno lessi una pagina interamente in lingua volgare e mi solleticò l’idea di un romanzo particolare, dove a primeggiare non fossero i protagonisti bensì ogni parola della nostra bella lingua.

Erano gli anni successivi al diploma di ragioniere-programmatore e abbozzai una sorta di trama e accantonai il tutto. Poi fu galeotto un evento culturale e quel giorno respirai un’atmosfera elettrizzante: correva l’anno 2019. Decisi, allora, che era il momento di riaprire il cassetto e la sera stessa trovai anche la quadratura del mio di cerchio: l’idea originaria era quella di far rivivere la lingua del sommo poeta e quale escamotage migliore se non trasformare il mio pennello in una penna e i colori in altrettante bellissime parole?”

Il tuo è un romanzo sui generis, hai saputo ricreare un quadro molto dettagliato dell’epoca, specialmente dal punto di vista culturale. Che tipo di ricerche hai svolto per realizzare il lavoro?

“II romanzo lo definisco d’ambientazione storica e non ha pretese di essere né  un saggio né un trattato di filologia. Per le ricerche storiche? Molte e tante ed elencarle è come chiedere la ricetta segreta per un cuoco. Per i termini antichi invece devo molto al vocabolario dell’ Accademia della Crusca”.

Il genere epistolare che hai scelto richiede una grande padronanza del linguaggio: stiamo parlando del XVII secolo in Francia! In che modo sei riuscita a fare tua una terminologia così precisa e quali ricerche filologiche ci sono dietro?

“Ho adottato il genere epistolare perché era l’unica formula che si adattava al romanzo sperimentale che avevo in mente. Il genere ha avuto il suo massimo splendore nell’ottocento e poi è caduto in disuso e oggi è poco utilizzato dagli scrittori. C’erano tutti i presupposti per un flop: 1) il genere: per le lettere; 2) lo stile: per una prosa non più in voga, troppe subordinate, la forma passiva e avverbi; 3) la lunghezza dell’opera, inferiore a 100.000 battute: troppo lunga per classificarla un racconto e breve per un romanzo tradizionale. Oggi sono contenta di aver dato ascolto alla mia natura di artista-controcorrene e di essermi messa in gioco con una posta davvero alta”.

Ci sono difficoltà e/o vantaggi narrativi che comporta il genere epistolare?

“Il genere epistolare non comporta la conoscenza di tecniche narrative complesse come nella prosa nella quale devi conoscere in dettaglio ogni scena, cos’è il flash-back o il forward,  che tipo di narratore, l’arco di trasformazione del personaggio , il dialogo, il difetto fatale, il conflitto ecc…

Nelle lettere ho adottato la prima persona e ho ceduto semplicemente la parola a una piacevole varietà di personaggi i quali con “piuma e calamaio” sono magicamente fuoriusciti”.

Il testo è ricco di personaggi e descrizioni di situazioni dettagliate: quale è stato il soggetto a cui sei più legata e quale invece quello più complesso da caratterizzare.

“Non sono legata a nessun personaggio, anzi, col mio carattere emotivo evito di attarcarmi a qualcosa/qualcuno. La complessità invece dell’opera, oltre a una ricerca minuziosa sino all’ossessione di termini desueti o antichi, l’ho trovata nella voce corale: il rischio era quello di scadere in una voce autoriale piatta e unica per tutti i miei personaggi”.

Hai autori o libri di riferimento che ti hanno ispirato nell’elaborazione di questo libro?

“No, però adoro i classici e “Uno, nessuno e centomila” è da sempre nel mio cuore. La parodia nel romanzo è come una maschera pirandelliana, dietro alla quale ci nascondiamo un po’ tutti per celare i grandi o piccoli drammi della vita: ecco perché ho voluto aggiungere nella trama quel pizzico di ironia per strappare un sorriso -perché no!- ai miei lettori”

Sei una ricercatrice e scrittrice molto prolifica, hai afferamto che stai lavorando su altri progetti. Puoi svelarci qualcosa?

“Dopo il romanzo mi sono detta: “e ora s’impara” e mi sono iscritta a corsi di narratologia e frequento tutt’ora webinar di scrittura immersiva o trasparente; mi sono innamorata subito di tale tecnica e non smetterò mai di ringraziare i fautori che per primi la stanno insegnando in Italia: mi ferisco ai canali youtube di Rotte Narrative di Livio Gambarini e Agenzia Duca di Marco Carrara.

Il prossimo progetto è un romanzo a quattro mani; sarà una trasposizione narrativa della ricerca trentennale di una carissima amica, Roberta Calaresu di Trento: coinvolgerà i meravigliosi castelli del Trentino-Alto-Adige,  gli affreschi medievali del “Ciclo dei mesi” di Torre dell’Aquila a Trento e ovviamente anche Dante e il suo viaggio infernale nel territorio trentino”.

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