AEditoriale – Ci sono canti religiosi che accompagnano una celebrazione e altri che, invece, riescono a proseguire il loro cammino ben oltre la liturgia, entrando nella vita concreta delle persone. “Chi ci separerà”, composto da mons. Marco Frisina, appartiene certamente a questa seconda categoria. È un canto che nasce dalla Parola di Dio, ma che parla con immediatezza anche alle paure, alle fragilità, alle perdite e alle prove che ciascuno può incontrare nel proprio percorso.
Il riferimento è uno dei passaggi più intensi della Lettera di San Paolo ai Romani, nel capitolo ottavo. L’apostolo pone una domanda radicale: che cosa potrà davvero separare l’uomo dall’amore di Cristo? La sofferenza, l’angoscia, la persecuzione, la fame, il pericolo, la morte? La risposta di Paolo è netta: nulla può spezzare il legame tra Dio e l’uomo quando quest’ultimo si affida al suo amore.
Il canto di Frisina raccoglie proprio questa certezza e la trasforma in preghiera. Non promette una vita priva di dolore. Non dice che chi crede non conoscerà la sofferenza, la malattia, la solitudine o la paura. Al contrario, riconosce implicitamente che tutte queste esperienze esistono e possono attraversare profondamente l’esistenza. Il messaggio cristiano, però, è che nessuna di esse rappresenta l’ultima parola.
Ed è forse questo il significato più forte da applicare alla vita quotidiana.
“Chi ci separerà” invita innanzitutto a cambiare prospettiva davanti alle difficoltà. Quando una persona attraversa una prova, la prima sensazione può essere quella dell’abbandono: sentirsi soli, dimenticati, privi di punti di riferimento. La fede cristiana propone invece una convinzione opposta: proprio nei momenti più difficili la presenza di Dio non viene meno.
Il dolore, quindi, non è necessariamente il segno di una distanza da Dio. Può diventare, al contrario, il luogo nel quale la fede viene messa alla prova e può diventare più autentica.
Questo vale nella malattia, quando improvvisamente cambiano le priorità e ciò che sembrava importante perde valore. Vale davanti alla morte di una persona cara, quando il vuoto sembra inconciliabile con qualsiasi parola di consolazione. Vale nelle crisi familiari, nelle difficoltà economiche, nella perdita del lavoro, nelle incomprensioni, nelle delusioni e in tutte quelle circostanze nelle quali l’uomo avverte di non avere più il controllo della propria vita.
Il canto suggerisce allora una diversa forma di forza. Non quella di chi pretende di essere invulnerabile, ma quella di chi continua ad affidarsi anche quando non comprende.
C’è poi un altro aspetto centrale: l’amore di Dio non dipende esclusivamente dai successi dell’uomo. Nella vita quotidiana siamo spesso abituati a misurare il nostro valore attraverso risultati, riconoscimenti, consenso e approvazione. La prospettiva cristiana proposta dal canto è completamente diversa: l’uomo è amato prima ancora dei suoi risultati.
Questa consapevolezza può cambiare anche il rapporto con gli altri.
Se nessuno è definitivamente abbandonato da Dio, allora anche il cristiano è chiamato a non abbandonare. La fede diventa così responsabilità: stare accanto a chi soffre, non giudicare frettolosamente, perdonare quando possibile, sostenere chi cade, accorgersi di chi vive ai margini.
“Chi ci separerà” può quindi essere letto non soltanto come una dichiarazione dell’amore di Dio verso l’uomo, ma anche come una domanda rivolta alla coscienza di ciascuno: che cosa ci separa dagli altri?
Talvolta sono l’orgoglio, il rancore, l’indifferenza o l’incapacità di chiedere perdono a creare distanze molto più profonde di quelle fisiche.
La spiritualità contenuta nel canto invita invece alla riconciliazione. Ricorda che la fede non può essere soltanto pronunciata o cantata, ma deve diventare comportamento concreto.
C’è infine un elemento che rende questo brano particolarmente significativo nei momenti di lutto. Le parole ispirate a San Paolo proclamano che neppure la morte può interrompere definitivamente il rapporto d’amore. Per la fede cristiana la morte non annulla la persona e non cancella i legami autentici: li colloca in una dimensione diversa, affidandoli alla promessa della vita eterna.
È per questo che “Chi ci separerà” viene spesso percepito come un canto di consolazione. Non elimina le lacrime, ma offre loro un orizzonte.
Nella vita quotidiana il suo messaggio può essere racchiuso in una convinzione semplice e insieme profondissima: non tutto ciò che perdiamo è davvero perduto e non tutto ciò che ci ferisce ha il potere di distruggerci.
La fede, secondo il messaggio di San Paolo ripreso da Marco Frisina, consiste anche nel continuare a credere che l’amore sia più forte della paura, della solitudine e perfino della morte.
Ed è forse proprio questa la ragione per cui, ogni volta che viene cantato, “Chi ci separerà” continua a parlare a credenti e non soltanto: perché pone davanti all’uomo una delle domande più profonde dell’esistenza e offre, nella fede, una risposta che diventa speranza.

