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Unifad Sanità: l’intervista al professor Fordellone e alla dott.ssa Castello sugli aspetti psico-bio-sociali del quotidiano al tempo del Covid-19

Roma – Lo scenario del nostro Paese diviene sempre più drammatico, la pandemia è nel pieno della sua forza esplosiva, i contagiati e le vittime hanno superato quelli cinesi, l’Italia annovera il primato di Paese con più morti al mondo. Tutto questo avrà grandi conseguenze non solo sull’economia, ma anche sulla vita sociale dei cittadini, i cui equilibri sembrano ormai vacillare.

A tal proposito, abbiamo intervistato due qualificati professionisti del comparto sanitario, il professor Filippo Fordellone e la psicologa dott.ssa Federica Castello, per evidenziare l’andamento degli aspetti psico-bio-sociali del quotidiano al tempo del Covid-19.

Professor Fordellone, come incide tutto questo nel cittadino e quali conseguenze ci saranno?

«Stiamo vivendo un periodo molto complicato, in cui la certezza delle nostre abitudini, della nostra quotidianità, ha lasciato spazio a qualcosa di sconosciuto. In questi giorni è stato scritto poco, riguardo alle pesanti ripercussioni emotive che stiamo subendo. Non mi riferisco solamente all’incremento delle paure ossessive, di contaminazione o dello stato di confusione, sgomento, preoccupazione che tutti noi stiamo vivendo, chi più, chi meno. Mi riferisco alle conseguenze dei drastici cambiamenti nello stile di vita e nella libertà individuale che sono connessi alle restrizioni più che giustamente imposte dal governo per arginare il contagio. Ci si alza la mattina con la speranza che qualcosa sia avvenuto, magari un’inversione di tendenza sui contagi, un vaccino o una medicina trovata da qualche laboratorio nel mondo, per sconfiggere questo nemico invisibile.

Abbiamo cambiato il modo di comportarci con altri, perché le mani non si possono più stringere, gli abbracci non si possono dare, dobbiamo tenere un metro di distanza gli uni dagli altri, siamo diventati tutti attenti a proteggerci con disinfettanti. Il lavoro è cambiato, si lavora prevalentemente da casa usando le tecnologie che il mondo moderno ci ha messo a disposizione, creando una connessione di rete, per non sentirci soli. Cerchiamo di far arrivare la riconoscenza dai nostri balconi, cantando l’inno di Mameli, ai medici, agli infermieri e a tutti quelli che si stanno adoperando in questo momento così difficile e, come un mantra, si ripete “Andrà tutto bene”.

In questo momento, così delicato, le doti e le ombre dei singoli vengono fuori senza mezzi termini. Le ansie e paure si amplificano, fino a rasentare alle volte una vera e propria psicosi collettiva. Ognuno, in questo momento, dovrebbe cercare di trovare, in sé, le risposte per affrontare l’ansia e le paure che giustamente ci accompagnano. Ricordiamoci sempre che questa paura è giusto che ci sia, perché ci fa essere vigili ed attenti ai comportamenti corretti da adottare».

Quali soluzioni propone, professor Fordellone?

«Difficile, in questo momento prescrivere la giusta terapia! Nella disperazione, nell’isolamento, nelle criticità vanno ricercate le giuste riflessioni e le soluzioni alternative. Dobbiamo essere abili a tirar fuori dalla soffitta, avendo cura di spolverarli bene, i vecchi valori, quelli di una volta, dove la semplicità, la lealtà, la coesione davano lo spirito giusto per affrontare ogni cosa, ogni sorta di problema. Abbiamo bisogno di guardare al domani con i valori di ieri, quei valori che ci faranno apprezzare l’atmosfera familiare, mettere da parte tutti i pc o i cellulari e riscoprire la gioia di un sorriso, di una parola, di un silenzio, aspettando che presto, come in un vecchio film, si possa ritornare a donare ”tutti baci che non ti ho dato” e gli abbracci non dati».

Dottoressa Federica Castello, quali sono i principali effetti psicologici della quarantena? Cosa si può fare per stare meglio?

«La convivenza forzata può essere la cosa peggiore, ove vi siano situazioni complesse e non serene, come nel caso di coppie conflittuali o di violenze domestiche, di separati in casa, di convivenza in spazi ristretti e via dicendo. Per tutte queste persone recarsi ogni giorno al lavoro, ritagliarsi del tempo per fuggire dai propri parenti sono attività che garantiscono l’equilibrio psicologico. Non poterle fare rischia seriamente di far saltare l’equilibrio, magari già precario, creando uno scompenso emotivo».

Cosa può aiutarci a ridurre l’impatto dell’isolamento dottoressa?

«Abbiamo mezzi tecnologici che ci aiutano a percepire un po’ meno la distanza fisica e, se non l’hanno già fatto, sarà il momento in cui i nonni impareranno a fare la videochiamata whatsapp ai nipoti. Sappiamo, però, quanto le relazioni mediate dalla tecnologia non siano assolutamente in grado di sostituire quelle vis-à-vis, a maggior ragione dove il contatto fisico è elemento essenziale della relazione stessa (abbracci, baci, carezze, sessualità, ecc.). Abbiamo anche libri, televisione, internet, cartoni animati e serie tv. Ma è difficile che questi possano riempire il vuoto che le deprivazioni relazionali lasciano. Per alcuni saranno solo normali sentimenti di solitudine, vuoto, tristezza, mancanza, che chiaramente si uniscono alle preoccupazioni per la salute e le finanze. Stati transitori, pesanti ma sopportabili. Per altri, con meno risorse e di fronteggiamento emotivo, le perdite di cui sopra possono comportare una importante caduta depressiva, che non è scontato si risolva spontaneamente nel momento in cui la situazione tornerà alla normalità. Negli anziani a rischio l’assenza di stimoli sociali e la perdita delle routine giornaliere può anche favorire il processo di deterioramento cognitivo verso la demenza senile».

Cosa si può fare per stare e far stare meglio, secondo lei?

«Sostituiamo il messaggio scritto con una telefonata, o meglio ancora con una videochiamata, organizziamo conference call, non solo con i colleghi di lavoro per mandare avanti l’azienda o l’ufficio, ma anche con amici e parenti. Avviamo all’uso dei social network, magari temporaneo. Coltiviamo le relazioni sociali in ogni modo, magari dedichiamo il tempo libero a riprendere quelle che avevamo abbandonato».

Dottoressa, e se questo non bastasse?

«Occorre monitorare il proprio umore, cogliendone i segnali di un significativo abbassamento: irritabilità, tristezza, sonno ridotto o disturbato, apatia, pensieri catastrofici, solo per fare alcuni esempi. Allo stesso modo, è bene prestare attenzione allo stato di salute psicologica dei nostri cari, soprattutto delle persone più a rischio ed aiutarle a ridurre in ogni modo possibile la percezione di isolamento e alienazione».

Come si può intervenire dal suo punto di vista?

«Ove si ravvisino segnali di franchi disturbi depressivi o ansiosi è bene cercare di intervenire precocemente, cercando l’aiuto di uno psicoterapeuta, molti dei quali disponibili anche a sedute online, almeno temporaneamente. Nei casi più importanti è bene allertare il medico di base, che valuterà se e come avviare la persona a una terapia farmacologica di supporto. Concludo ricordando con una frase del Vangelo, quando Cristo risorto, incrocia la Maddalena e questa, felice di rivederlo, vorrebbe abbracciarlo, ma lui allontanandosi pronuncia la frase: “Noli me tanghere!” Mai come ora possiamo capire come il ritrarsi da un gesto, possa racchiudere la speranza che la rinuncia temporanea da un gesto di comunione, come un abbraccio, o una stretta di mano, possa mirare a ben più elevati obiettivi. Quindi atteniamoci tutti alle regole, restiamo a casa e facciamo in modo che questo tempo possa aiutarci a migliorare e, quando tutto sarà passato, non dimentichiamo velocemente ciò che questa esperienza ci ha insegnato».

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