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Duemilaventi: quando lavorare diventò reato

Editoriale – Il duemilaventi, MMXX nella gradevole icona dei numeri romani doveva essere un anno importante che ha fatto sperare in meglio, rispetto alla crisi precedente del settore economico produttivo e che oggi ci sembra irrilevante. Quello che stiamo vivendo oggi, lo si accetta poichè tutte le restrizioni sono state somministrate gradualmente e quindi ormai ci siamo assuefatti anche al coprifuoco, al non poter fare qui e non poter fare là con l’obiettivo comune di ritornare allo stato quo ante. ea, ed i tempi di questi laccioli vari non sembrano essere poi tanto veloci ad essere rimossi. Dopo qualche sussultino di piazza, l’Italia è diventata consapevole della pandemia. All’inizio si è pensato ad un complotto e anche che nel primo lockdown qualcuno se la fosse inventata addirittura. Abbiamo capito che l’emergenza c’è e quindi ci siamo autodisciplinati e regolati a vivere come dei robot. Reprimendo sentimenti, naturalezza, slanci, abbracci e ammiccamenti che sono parte integrante e sostanziale della vita dell’uomo. E quindi per non intasare il sistema sanitario abbastanza precario l’uomo è costretto ad isolarsi. Da quasi un anno diversi sono i settori fermi, e la cui sorte non è peraltro molto chiara. L’elaborazione del vaccino, e tutta la procedura conseguente che ci faccia arrivare al termine di questa storia è ancora molto lungo. 

La politica fà spallucce, eccezion fatta per il Vice Ministro Pierpaolo Sileri, figura alla quale si deve un grande rispetto, il resto è un divario sociale immenso che si acuisce con il passare dei giorni. E nel mentre il titolare di palestra dopo sanificazioni varie aspetta il turno per riaprire…salvo poi dover richiudere in questo stop & go, il dato orripilante è che voler lavorare è diventato reato.

Un paradosso, come reato è cenare tanta gente insieme, fare feste, spettacoli, cultura. Ridotti alla DAD grazie alla tecnologia, la scuola almeno ha il suo surrogato e così tra un contagio e l’altro l’anno scolastico stracciaebocconi prosegue senza la verve che aveva in precedenza.

Ci preoccupiamo giustamente di dover formare le classi dirigenti del domani, gli poniamo sotto al sedere nuovi banchi con le rotelle, e poi annunciamo una task force di agenti e di droni aerei che andranno a scovare gli italiani indisciplinati che per forza a Natale vogliono andare in giro.
Ma il problema non è certo un cenone, a cui molti per tanti anni avrebbero rinunciato se non fosse altro che per la costrizione di dover stare con parenti insignificanti, e talvolta noiosi.

Quel che conta non è la parentela, ma il rapporto, quest’anno dunque si ritroverà di piu’ il senso della famiglia convivente, che avrà piu’ modo per fare cose insieme, per parlare e per confrontarsi. E’ così.

Questo si può accettare. Ma i problemi di chi deve passare il Natale con l’angoscia dell’attività chiusa? I tanti lavori di cui non si parla che sono al collasso che cosa devono pensare?

L’approccio del governo, è standard, quasi tutti hanno mostrato una distanza da chi vive i problemi, rispetto a chi glieli dovrebbe risolvere. Il popolo è vittima di se stesso e paga lo scotto per  aver dato fiducia a qualche strillone senza pensare a competenze effettive.

Ma ormai il dado è tratto. Il lavoro è un diritto costituzionale, va garantito, non con elemosine di stato, ma trovando il modo e la forma di far vivere la gente. La disparità tra chi passerà il Natale in città, che potrà spostarsi liberamente all’interno della stessa, e tra chi ubicato nei piccoli centri potrà osservare si e no la  lanterna del vicolo di borgo è immenso.

Mai avremmo pensato di essere divisi da stupidi confini regionali che dividono persone, famiglie, anime e cuori. Oggi piu’ che mai ci si rende conto di come la città metropolitana anche in pandemia costituisca una vita maggiormente vantaggiosa per servizi, e per organizzazione.

 

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