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Il nuovo stemma regionale d’Abruzzo ideato dal prof. Francesco Belmaggio

L’AQUILA – Di recente è stato approvato all’unanimità il nuovo stemma della Regione Abruzzo, con l’effige del guerriero di Capestrano. L’ideatore è il professore Francesco Belmaggio, cultore di araldica e figura di grande esperienza. Belmaggio senza troppi peli sulla lingua esprime nel merito la sua posizione toccando aspetti che legano scelte politiche, storia e cultura dell’Abruzzo. In una nota che riportiamo integralmente c’è spazio a riflessioni, approfondimento lasciato alla libera interpretazione dei lettori.

 

“Mi meraviglia il fatto – spiega il professore Belmaggio – che personaggi di una certa levatura intellettuale insorgano dal lungo torpore pluridecennale contro l’adozione del recente stemma regionale d’Abruzzo che finalmente ha sanato una ferita araldica incancrenita  ad origine perpetrata dagli amministratori regionali   con legge n.26  del 22.7.

1986 che non sapendo cosa inserire come simbolo araldico dell’ente intanto indicavano soltanto la sintesi geografica del bianco dei monti innevati,del verde dei boschi e  delle colline e l’azzurro del mare Adriatico, marchio corografico peraltro della quasi totalità delle regioni italiane salvo l’Umbria e la Valle d’Aosta che non hanno sbocchi sul mare, quindi, essendo come  assioma  uno stemma di un ente la sintesi storica dello stesso, l’Abruzzo è stato la regione cenerentola per un quarantennio circa sebbene il sottoscritto facesse presente l’anomalia ai presidenti di turno nel tempo Aimola, Roselli, Tagliente, Di Pangrazio, esortandoli a correggere il vulnus. Usque tandem abutere patientia nostra  Catilina era il nostro grido di esortazione e di  dolore, anche se inutilmente per altre supposte priorità. Intanto la politica regionale soprattutto di sinistra, soprattutto con La Barba e Pezzopane assessori alla cultura  era tutta incentrata a valorizzare anche con ingenti somme economiche il reperto del guerriero di Capestrano  risalente al 1934, soprattutto con la mostra sui Piceni popoli della civiltà preromana e dei Principi dell’età del ferro dello stesso Guerriero assieme alle consorelle statue germaniche di Glauberg in Assia  e di Hirschlanden in Wurttemberg, curandone  l’edizione libraria bilingue italo tedesca. Inoltre la silouhette a mezzo busto del Guerriero capestranese era inserita nei cartelloni pubblicitari  ad indicare tutte le emergenze archeologiche ed architettoniche  dei paesi,contrade e città dell’Abruzzo.Intanto con la nascita delle comunità montane, quella specifica detta Campo Imperatore – Piana di Navelli mi incaricava  di poter dotare la stessa di stemma consono  a rappresentarla e chi più del Guerriero  era la risposta più ovvia e conclusiva ,anche se il presidente dell’ente Basile optava per l’inserimento araldico del Guerriero di Capestrano  insieme ad una stele di pari altezza caricata del suo nome di appartenenza in lingua osca Nevio Pompuledio, permettendone l’uso odierno più degno ed onorifico alla regione Abruzzo.

Ora Soloni ed Azzeccagarbugli addirittura mettono in dubbio l’autenticità del monumento principe capestranese, fantasticando che fu scolpito in epoca fascista  e sotterrato artatamente. Cui prodest? Mettendo in dubbio gli studi di fior di sovrintendenti del calibro di Cianfarani e D’Ercole che hanno speso una vita alla sua valorizzazione e poi al museo nazionale di Chieti la statua del Guerriero troneggia contornata dai reperti storici archeologici coevi che denotano lo stesso stile  o modulo artistico e la stessa scuola d’arte e che provengono da tutta l’area abruzzese coincidente con la civiltà umbro sabellica picena.

Incominciamo dalla testa del guerriero di Numana in provincia di Ancona, alla dama di Capestrano ritrovata nello stesso sito aufinate del Guerriero nella vigna del contadino Castagna che lo indicava in gergo paesano-come lu Mammocce, alla testa Leopardi di Loreto Aprutino in provinia di Pescara,  alla stele inguinale o perizoma di Atessa o Monte Pallano in provincia di Chieti, al torso di Rapino con le mani appalmate in provincia di Chieti, alla stele di Penna  Sant’Andrea in provinia di Teramo  per la comprensione della lingua osca, alla stele di Guardiagrele in provincia di Chieti  per i dischi corazza,alle Gambe del diavolo di Collelongo in provincia dell’Aquila  scolpite a clava su pilastrini in tutto simili al famoso Guerriero, a meno che, on. De Nicola, il complottista dalla fervida fantasia e con il dono dell’ubiquità sia volato in tutto l’Abruzzo a seminare le tracce del Guerriero…Qualche araldista della Deputazione della storia patria abruzzese ha avanzato l’ipotesi di inserire la raffigurazione di una moneta delle gloriose guerre sociali  che hanno avuto una grande  importanza nel raggiungimento del diritto alla cittadinanza romana purtroppo dapprima  negata,provocando una sanguinosa guerra fratricida,ma sono state pure un momento esaltante della storia dei popoli abruzzesi,ma i soggetti espressi nella monetazione sono sterminati e non esprimono la sintesi storica richiesta dall’assunto dello stemma e poi qualsiasi moneta scelta, avrebbe scontentato gli altri in quanto ciascuna di esse celebrava un condottiero,spesso Papio Mutilone sannita  o Poppedio  Silone marso  o un fatto memorabile,mai essendo esaustiva, nemmeno l’unica coniata d’oro conservata alla biblioteca nazionale di Parigi ritrovata nel 1830 avente a soggetto la testa laureata di Bacco o Liber e la relativa cesta mistica nel retro.In una proposta d’individuazione araldica delle regioni italiane risalente al 1910, l’Abruzzo era contrassegnato dalla testa di un cinghiale  al naturale difesa d’argento  su fondo rosso alludente al nome antico latino Aprutium  da Aper cinghiale per la peculiaris habitatio aprorum iugis montium (per la peculiare sua diffusione negli anfratti dei monti). Qualcun altro non avendo nulla da dire di sostanziale si attacca alla  soprastante corona, non sapendo che la regione Come ente locale non possiede corona apposita come il comune o la provincia e l’unica consentita è dall’ufficio araldico della presidenza del consiglio dei mininistri è questa all’antica decorativa assieme ai fregi repubblicani, come da raccomandazione del dottor Paolo Tournon insigne araldista per decenni dirigente dell’ufficio araldico della Presidenza del consiglio dei ministri della Repubblica.”

 

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