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“Il re ha parlato” di Francesco Calzoni: un racconto autentico sul mondo degli adolescenti, dove diritti e sogni dovrebbero essere per tutti

"Esiste un mondo in cui Baudelaire gioca a briscola con Gandhi, Al Capone scherza con i fratelli Marx, dove la malinconia è dolce e nutriente come un frutto esotico. [...] Dove non c'è bisogno di giustificarsi per ciò che si è e a nessuno importa più di tanto".

Lorenzo è un ragazzo affetto da una leggera sindrome di autismo che cerca di sopravvivere tra atti di bullismo e delusioni per un inserimento sociale tante volte tentato e sempre fallito. La sua vita cambia quando si troverà compagno di banco con Dedi, padre angolano e madre romena, anch’essa con un passato di angherie subite e un pesante retaggio derivante dalla storia dei genitori. 

Le fasi di crescita e il desiderio di affermare la propria identità sono raccontate attraverso le pagine dei rispettivi diari, offrendo visuali differenti della stessa storia. Sogni e delusioni, in una continua altalena di sensazioni, portano al sorprendente finale, che segnerà per sempre le vite di tutti.

Francesco Calzoni nasce nel 1977 e vive a Perugia. Ha lavorato molti anni nel settore della moda per poi cambiare vita e diventare impiegato alla logistica in un’industria alimentare. Avido lettore e ascoltatore di musica di ogni genere, inizia a scrivere facendo satira per il giornale del liceo, prosegue poi dedicandosi alla poesia e al teatro. Nella scrittura, così come nella lettura, è un convinto sostenitore della contaminazione di generi e temi. Il re ha parlato (2022) è il suo libro d’esordio e sempre per la Robin Edizioni ha pubblicato il giallo La trasfigurazione mediatica di Chiara Maffei. A chi importa dell’assassino? Le indagini del commissario Marchese (2022).

In questo suo primo romanzo Francesco Calzoni affronta problematiche sociali complesse che travagliano il mondo degli adolescenti ma non solo: l’inclusione del “diverso”, l’accettazione di sé e degli altri, il bullismo, l’importanza di affermare la propria identità. Un libro che rimanda al cuore di temi che attraversano il nostro tempo, ci interrogano e necessitano di continua sensibilizzazione.

Lo scrittore ha saputo ricostruire lo sfaccettato mondo dei giovani scandagliandone i vissuti, le speranze e le difficoltà che emergono da pensieri che spesso non fanno altro che tormentare, nel tentativo di essere accolti e compresi, specialmente quando si viene percepiti come “diversi”. Con la sua distintiva arte narrativa fatta di un linguaggio autentico e diretto, Francesco Calzoni ha saputo dare voce a due protagonisti insoliti che impareranno l’un l’altro a accettarsi  senza mai giudicarsi, instaurando un rapporto di fiducia, sincerità e soprattutto di libertà.

Un libro da leggere tutto d’un fiato, che apre gli animi a argomenti da cui oggi non possiamo prescindere. Una riflessione per tentare di arrivare a una risposta centrata sull’amore, la speranza e l’umanità.

Ciao Francesco e grazie per essere di nuovo qui con noi a parlare del tuo romanzo d’esordio. Come si è evoluta l’idea di scrivere “Il re ha parlato”?

“Mi era capitato sotto mano il bando di un concorso che aveva come tema il sociale. Sinceramente stavo per lasciar perdere, per via dell’estrema vaghezza della traccia (troppo alto il rischio di cadere nel banale). Contemporaneamente, per puro gusto personale, stavo rileggendo i testi dei primi due album dei Pearl Jam, quanto di più sociale ci possa essere. Non so esattamente cosa è scattato, di fatto la storia, così come la leggete, si è formata nella testa praticamente tutta e subito, compreso il fatto di raccontare la stessa situazione da due punti di vista diversi; cosa che mi ha permesso di spezzare il ritmo e dare profondità a personaggi e racconto. Il fatto poi di giocare con le pagine dei diari, parlando di due studenti liceali, mi è parsa la cosa più naturale del mondo (anche se, a onor del vero, il diario è ormai un po’ in disuso)”.

Come ci si approccia alla scrittura di un romanzo di formazione?

“Posso parlare della mia esperienza, non ho certo la pretesa di insegnare nulla a nessuno, al massimo posso dare qualche spunto. Sinceramente ho cercato, una volta fissati gli snodi importanti della scaletta, di far fluire le sensazioni che i due protagonisti provano mentre vivono le situazioni che gli si parano davanti. Il tutto in maniera molto diretta, senza edulcorare nulla degli avvenimenti drammatici che racconto e senza falso pudore quando dovevo far emergere le palpitazioni per i primi amori. Non è così facile, perché è inevitabile mettere tanto delle proprie emozioni in quelle pagine, anche se non si è vissuto nello specifico quel determinato accadimento (tutti i fatti che metto nei romanzi sono meri espedienti narrativi, funzionali a parlare e ragionare su tutt’altro). È quasi un’autoanalisi, di sicuro è catartico, ma estremamente faticoso”.

La vicenda è raccontata dalla prospettiva di due adolescenti. Come sei riuscito a immedesimarti nei loro pensieri e riflessioni?

“Anche questa è una cosa che è venuta assolutamente naturale, anzi una storia così non saprei raccontarla diversamente. Non credo sia difficile comprendere le riflessioni e i pensieri di un adolescente, perché alla fine le emozioni sono le stesse a ogni età. Bisogna solo ricordarsi che, con il passare del tempo, vengono attutite dalle armature che abbiamo cominciato a indossare per proteggerci o nascondere le cicatrici che nel tempo ci siamo ritrovati sulla pelle. Insomma non sentiamo cose differenti, le sentiamo in maniera differente. Ma la sensazione di non riuscire a respirare, quando nella testa ti “scoppia” l’immagine di una persona (tanto per fare un esempio di stato d’animo, ma il discorso vale lo stesso se si parla di umiliazioni subite, o qualsiasi altra cosa), quella è la stessa a dodici anni come a novantadue, è così oggi ed era così nel medioevo o nell’antico Egitto. La sola differenza è quindi che gli adolescenti non hanno ancora tante sovrastrutture, gli stati d’animo sono diretti, non filtrati. Ecco: basta ripulirsi la testa da tante impalcature e il gioco è fatto”.

Sei stato capace di affrontare argomenti molto discussi al giorno d’oggi come l’inclusione del “diverso” e l’accettazione: quale idea emerge dal tuo libro?

“Mi piace sempre citare De André ne l’introduzione a “la città vecchia”: non ho verità per me stesso, né tanto meno ne ho da vendere a voi. Questo per dire che non voglio passare da filosofo o guru, però una cosa oramai l’ho capita: si deve sempre avere la voglia e la curiosità di ascoltarsi a vicenda, di cercarsi, di provare a entrare nelle scarpe dell’altro. L’emarginare, se non ci sono dietro strategie politiche, nasce dalla diffidenza che si ha verso qualsiasi cosa che esula dai nostri standard, dalla nostra “normalità.” Ecco “normalità” è una parola che sinceramente fatico a comprendere: ognuno di noi ha la propria normalità, la propria consuetudine. In natura non esiste una “normalità” predefinita, è quindi evidente che l’ossessione a ricercarla per trovare conforto e tranquillità è figlia di una serie di paure nate e radicate per i motivi più disparati”.

Ho trovato molto interessante la narrazione in prima persona dai punti di vista di Lorenzo e Dedi, come se i ragazzi diventassero l’uno lo specchio dell’altra. Cosa ci suggerisce la storia sull’importanza dell’altro nell’affermazione della propria identità?

“Ecco, l’affermare se stesso è forse il concetto centrale di tutto il romanzo. Un percorso che iniziamo attorno ai dodici anni e portiamo avanti per tutta la vita. La scelta dell’età dei protagonisti non è dunque casuale: è proprio in quel momento che si sente, più forte che mai, il bisogno di staccarsi, almeno parzialmente, dal mondo che abbiamo vissuto finora (essenzialmente famiglia e scuola). L’impellenza di andare con le nostre gambe, in maniera autonoma, non è più ignorabile. Al tempo stesso però restiamo animali sociali, non si cerca dunque la fuga in solitaria, si vuole il riconoscimento come essere unico e autonomo all’interno di una comunità. Essenzialmente una missione impossibile a quell’età, che rimane chimera per tanti anche negli anni a venire”.

Ogni capitolo prende il titolo da una canzone: quale ruolo o significato ha la musica?

“Come raccontavo prima, mentre ragionavo se partecipare o meno a quel concorso, avevo sotto mano i testi dei primi due album dei Pearl Jam che sono stati, per chi non lo sapesse, uno dei gruppi di punta di un movimento che ha fortemente influenzato la mia generazione da un punto di vista sociale, polito ed emotivo. Ho trovato quindi estremamente divertente aprire ogni capitolo con una traccia che anticipa lo stato emotivo che il lettore incontrerà da lì a poco. Che ruolo e significato ha la musica? La musica è tutto, credo per tutti, non solo per me (io poi ho un rapporto “morboso”, la musica è presente in praticamente tutto quello che scrivo): assieme ai profumi, la musica è la cosa che ha la maggior potenza evocativa nel nostro cervello, la sola capace di catapultarci in un determinato luogo con un ben preciso stato d’animo, anche distante anni o chilometri. È stato molto interessante ricercare, tra gli autori contemporanei, quelli ascoltati dai sedicenni di oggi, dei brani che comunicassero quello che volevo dire. Questo per evitare di far nascere un romanzo “già vecchio”, creando così una play list estremamente variegata. Ovviamente l’omaggio a Ten dei Pearl Jam è ben presente, diciamo che sono lo spirito guida di tutto il racconto, la colonna sonora costante”.

Fra gli altri temi trattati c’è quello del bullismo, trasmesso con un linguaggio che colpisce dritto all’anima. Quale è il tuo messaggio al lettore?

“Purtroppo il bullismo è forse la manifestazione più evidente, tra i giovani, della non inclusione. Io racconto un bullismo “vecchia maniera”, quasi squadrista, quello che ho potuto vedere ai miei tempi (fortunatamente non subire). Non mi sono addentrato nel cyber bullismo, mondo che conosco marginalmente per evidenti motivi anagrafici. Ma credo che poco cambi, il punto di arrivo, per chi commette certe bestialità, è sempre quello: annullare la persona che si ha di fronte, non solo fisicamente, ma anche e soprattutto moralmente. E questo credo di essere stato in grado di renderlo”.

Dopo de “Il re ha parlato” hai pubblicato anche un giallo, il tuo secondo romanzo. A quale opera sei più legato e perché?

“È come chiedere quale figlio si preferisce. Il giallo in realtà è stato il primo romanzo che ho scritto, quindi è evidente che porta con se l’emozione “della prima volta.” Ma è altrettanto palese che il viaggio emotivo che c’è dietro e dentro a “Il Re ha parlato” non c’è nel giallo. Insomma non posso scegliere”.

Hai ricevuto moltissimi apprezzamenti per i tuoi scritti: te lo aspettavi?

“Onestamente no. O meglio: posso dire senza falsa modestia che sapevo di aver scritto una cosa impegnata, molto curata (grazie anche al lavoro fatto con l’agente letterario e poi con la casa editrice), ho passato tantissimo tempo a cesellare ogni riga, ragionando anche su un singolo termine. Detto questo però ero consapevole di toccare diversi temi sensibili in maniera non proprio ortodossa, non certo da sceneggiato Rai (non me ne voglia mamma Rai), e quindi non era poi così scontato che la gente si ritrovasse in determinate emozioni. Ma non perché il fruitore non le abbia vissute, ma perché magari non ero riuscito a comunicare con il lettore. Perché scrivere bene (in maniera curata e corretta) e saper comunicare sono due cose che non sempre coincidono. Quindi, aver saputo di tante persone che hanno provato empatia, è stato estremamente gratificante”.

Progetti letterari futuri?

“Uno nessuno e centomila. Sto sistemando una serie di racconti brevi, per vedere se ha senso provare a raccoglierli in un’antologia, ho la seconda avventura del Commissario Marchese molto ben avviata e un altro racconto/romanzo che si sta formando ma che, come accade a tutte le storie, non so bene che strada prenderà, se resterà un racconto o diventerà un romanzo”.

 

 

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