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Novant’anni di ISS, Bellantone: “senza pietre non c’è arco”

Roma – Novantanni di Istituto Superiore di Sanità, ecco il discorso del Presidente Bellantone:

Signor Presidente della Repubblica, Signor Ministro della salute, Eminenza Reverendissima, Onorevoli Parlamentari, Signor Presidente della Regione Lazio, Autorità Civili e Militari

Nell’addentrarmi in questa meravigliosa realtà che è l’Istituto Superiore di Sanità il mio pensiero va a un libro che mi ha affascinato:

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. 

– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan. 

– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano. 

Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa. Polo risponde:

– Senza pietre non c’è arco.  

Così scrive nelle Città invisibili, uno dei capolavori del novecento, Italo Calvino di cui quest’anno ricorre il centenario. Rileggendolo recentemente, questo racconto mi ha fatto pensare all’Istituto Superiore di Sanità che oggi ho l’onore di guidare. Così non ha senso parlare del ponte nel suo novantesimo compleanno senza parlare delle pietre che lo compongono tra cui ci sono i Premi Nobel e i suoi ricercatori, ma anche le sue maestranze, gli artigiani, il suo personale tutto, che da sempre hanno lavorato fianco a fianco e senza i quali questo Istituto non ci sarebbe.  

Non ci sarebbe stato senza Alberto Missiroli che chiese alla Rockfeller Foundation il finanziamento per fondarlo poi nel 1934, per studiare la malaria e per combatterla. Non ci sarebbe stato senza Ernst Chain che, subito dopo il Nobel, arrivò qui e costruì la fabbrica di penicillina, senza Domenico  

Marotta che ebbe l’intuizione, chiamando lui e Daniel Bovet, di dare a questo Istituto un respiro internazionale.  

Ma non ci sarebbe stato neanche senza gli operai che alla fabbrica vi lavoravano, senza quel soffiatore di vetro che un giorno si inventò per Giulio Trabacchi, che collaborava allora con Enrico Fermi, un nuovo sistema di giuntura per rendere possibili alcuni esperimenti. E non ci sarebbe stato senza tutti gli uomini e le donne che ogni giorno dagli stabulari alla falegnameria fino agli uffici amministrativi lavoravano e lavorano tutti consapevoli di servire il proprio Paese.  

Sono queste le pietre dell’arco che sostiene questo luogo.  

E oggi come ieri l’istituto non è la scienza che produce, ma le persone che la rendono possibile. 

Novanta anni, un arco di tempo lungo quasi un secolo in cui si sono succedute generazioni, visioni, istanze, e questi anni hanno grandi storie da raccontare, come quella di Daria Bocciarelli, scienziata del laboratorio di fisica che nel 1943, quando i tedeschi si presentarono alla porta dell’Istituto per requisire il microscopio Siemens, passò la notte prima del sequestro insieme alla sua assistente a smontarlo e rimontarlo per poterlo poi riprodurre, restituendo all’Italia il suo microscopio, il primo elettronico di fattura italiana. Erano gli anni della ricostruzione di un Paese ferito, lacerato dalla guerra, in cui gesti come questo erano la cifra non solo di una passione scientifica, ma anche di un orgoglio nazionale che sopravviveva a quelle ferite e che era pronto a riscrivere il futuro, a crederci ancora.  

Entrando in questo palazzo questa storia si sente, come si sente, dal punto di vista umano e emotivo, il grande senso di appartenenza che provano tutte le persone che lavorano in questo Istituto, indipendentemente dal ruolo e dalla posizione che esse occupano. Si sente che si sta entrando nel tempio di una ricerca pensata per arginare la sofferenza e si sente forte la missione, ereditata nel tempo, di tutelare il bene pubblico, che in questo luogo significa essere custodi dell’accesso universale alle cure, della loro sicurezza, della sostenibilità di un sistema che includa tutti e che non escluda nessuno.  

Ed è per questo, Signor Presidente, che la Sua presenza qui è il riconoscimento più alto a questa missione, alla centralità e al ruolo del nostro Istituto, un riconoscimento della sua storia. E questo non è un ringraziamento di rito poiché per un Istituto la cui vocazione principale è il servizio pubblico, avere la Sua partecipazione a questa giornata ci restituisce la consapevolezza di essere insieme a tutta la Nazione che guarda con gratitudine al nostro lavoro quotidiano.  

E insieme a Lei ringrazio la splendida orchestra dell’Arma dei Carabinieri, testimone anch’essa della storia migliore di di questo Paese, e ringrazio sinceramente il Ministro della Salute Orazio Schillaci che sappiamo di avere accanto quotidianamente nelle sfide che ancora ci attendono, prima fra tutte, il rinnovo di questo Ente che ancora una volta deve ridisegnare il suo assetto per rispondere a nuovi scenari che mai come in questo scorcio di secolo cambiano così rapidamente chiedendoci di rimodulare competenze e obiettivi.   

Nella necessaria trasformazione che accompagnerà i prossimi anni della storia di questo Istituto ciò che rimarrà immutato sarà la sua vocazione alla ricerca pubblica. Non cambierà il suo obiettivo di individuare le migliori prassi sanitarie basate sulle migliori evidenze scientifiche. Non muterà il suo dovere di formare gli operatori e informare la popolazione, di costruire strategie per la tutela della salute. Non cambierà soprattutto la sua determinazione a essere accanto al Paese ogni volta che è necessario sia nelle situazioni ordinarie sia in quelle straordinarie. L’Istituto c’era negli anni del colera a Napoli, negli anni ottanta durante l’epidemia di Aids e ha affrontato tragedie ambientali come quelle di Seveso e Chernobyl. C’è stato nella recente pandemia, dove le persone di questo Istituto sono state in prima linea senza risparmiarsi mai e continuerà a esserci con il suo enorme patrimonio di conoscenze e di competenze ogni volta che il Paese ne avrà bisogno.   

La città e il cielo non restano mai uguali, dice ancora Calvino parlando di un’altra delle sue Città invisibili. Tutto evolve, ma il cambiamento non nega l’identità e l’Istituto, con il suo stesso DNA, oggi deve necessariamente traghettare verso nuove sfide e nuove frontiere. Deve misurarsi con i temi globali, con l’equità e con la tecnologia, capitolo, quest’ultimo, delicato e complesso. Viviamo immersi nella tecnologia, che è diventato uno spartiacque sociale e culturale, usarla senza farsene dominare è un’altra delle sfide a cui siamo chiamati. C’è un’immagine bellissima di Edgard Morin che dice che non abbiamo bisogno di un uomo “aumentato” ma di un uomo migliorato. Di un uomo che sappia usare competenze e innovazioni perché nessuno sia lasciato indietro, di un uomo che non si volti mai dall’altra parte.   

Queste nuove condizioni hanno portato a nuove povertà, nuove solitudini e un crollo demografico senza precedenti che ci obbligano a fare i conti con una nuova organizzazione sanitaria. Costruire la salute oggi non può prescindere dalla considerazione dei fattori economici, psicologici, sociali nel senso più ampio.  La tecnologia in questo scenario deve servire a creare reti, a spezzare gli isolamenti, a mappare e a ottimizzare le risorse esistenti. In un pianeta che sta cambiando volto e dove tutto ciò che accade ci accade accanto, la nostra attenzione è divisa su tanti fronti, ma primo fra tutti deve essere per noi quello della sostenibilità.  

Nel futuro penso perciò a un Istituto che abbia come centro la ricerca, che punti a studiare le malattie rare insieme a quelle dei grandi numeri, che rafforzi il suo impegno sulle emergenze infettive ma che contemporaneamente punti sulla cultura della prevenzione per sostenere il futuro del sistema di cure. Perché la prevenzione si impara. Si impara a mangiare bene sin da piccoli e sin da piccoli si impara a lavarsi le mani, a bilanciare l’attività fisica e le ore di studio. Scuola e famiglia hanno insieme a noi questa missione educativa mirata a due cose fondamentali: diventare anziani in salute e liberare risorse per chi ha bisogno di più assistenza. Il futuro passa inoltre attraverso cure sempre più personalizzate e perciò più costose che richiedono nuove politiche di welfare ma anche una nuova consapevolezza che fare prevenzione e custodire la propria salute significa contribuire a garantire le cure per tutti i cittadini. Questa strada non può che passare per la crescita del livello di alfabetizzazione scientifica che nel nostro Paese è ancora basso. L’istituto, con il suo patrimonio di competenze, anche in questa sfida si impegnerà a fare la sua parte perché la crescita della conoscenza che fa di una popolazione una popolazione consapevole è parte della democrazia, è l’arco che sostiene il ponte, è una promessa di futuro.   

Al futuro penso ogni volta che guardo gli occhi della mia piccola nipotina e mi chiedo quale mondo gli stiamo consegnando e mentre me lo chiedo sento che il primo comandamento è provare a rendere quel mondo migliore. È la staffetta della vita, che mi ricorda un passo del Profeta Gioele, più volte citato da Papa Francesco quando dice che se gli anziani faranno sogni i giovani avranno visioni. Dobbiamo tornare a sognare insieme un futuro possibile. Non molto tempo fa, quando facevo il chirurgo, pensavo ai miracoli che anni di storia della medicina avevano consegnato nelle mie mani e alla gioia che mi dava ridare un futuro a un uomo, a una donna, a un bambino che riapriva gli occhi e tornava alla vita. 

E ogni volta che vedevo i miei studenti diventare grandi e l’abilità crescere nelle loro mani, era quello un altro modo di restituire un futuro che loro stessi avrebbero reso più grande.  

Ma oggi, da quando ho cambiato indirizzo, tutte le volte che io penso all’Istituto, sento che qui il futuro si costruisce su altre strade che non passano attraverso i volti dei pazienti o le mani dei dottori. 

 Ogni volta che salgo queste scale so che ogni progetto, ogni formazione, ogni azione affidata a questo luogo, può cambiare la vita di migliaia di persone, migliaia di speranze accese sulla scommessa di un futuro in cui le cure sono ancora un diritto e la fragilità una condizione da accogliere, sostenere e, se possibile, da ribaltare.  

E allora so che non è vero che la fortuna sa far entrare in porto navi senza timoniere, come diceva Shakespeare. Oggi più che mai servono timonieri forti, condottieri che scorgono le rotte, capaci di attraversare questo tempo incerto. Timonieri, come le donne e gli uomini dell’Istituto Superiore di Sanità, che abbiano il coraggio del futuro e la consapevolezza, per navigare, serve l’aiuto di tutti. Servono uomini e donne che abbiano uno slancio autentico nel costruire ponti abbattendo muri, nel lavorare avendo in mente Itaca pur senza avere la certezza di essere presenti all’approdo. 

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