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“Quello che non sai” di Susy Galluzzo: il lato oscuro della maternità, tra amore assoluto, senso di colpa e perdita di sé

Attraverso la storia di Ella, il romanzo entra nelle fragilità più intime dell’amore materno: la stanchezza, la solitudine e il difficile bisogno di tornare a riconoscersi

Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, mentre li leggi, sembrano raccontare qualcosa di te. Il romanzo di Susy Galluzzo, Quello che non sai (Fazi Editore, 2021), appartiene alla seconda categoria. È una storia che mette il lettore davanti a una domanda scomoda, quasi impossibile da pronunciare ad alta voce: cosa accade quando una madre non ha più la forza di essere soltanto madre?

La protagonista è Michela, detta Ella, una donna che, quindici anni dopo la morte della madre, comincia a scrivere un diario rivolgendosi proprio a lei. Non è soltanto un modo per elaborare un lutto ancora aperto, ma un tentativo di ricostruire la propria vita attraverso il dialogo con quella donna che non può più risponderle. Il rapporto bellissimo che Ella ha avuto con sua madre diventa inevitabilmente il metro di paragone con quello che lei stessa vive con Ilaria, la figlia tredicenne: due legami profondamente diversi, uno idealizzato dal ricordo, l’altro sempre più conflittuale, logorante e doloroso.

Ella appare fin dall’inizio come una donna sola. Ha dedicato praticamente ogni fibra del proprio essere a Ilaria, che è diventata la sua ragione di vita ma, come lei stessa ammette, anche la sua “morte”. Conosce ogni sua ansia, ogni fissazione, ogni fragilità, ogni crisi. Sa come calmarla, come assisterla, come interpretare i suoi comportamenti. È diventata indispensabile per lei, ma proprio questa indispensabilità ha finito per imprigionare entrambe.

Aurelio, il marito, è un cardiochirurgo affermato e trascorre gran parte della sua vita in ospedale. Alla moglie e alla figlia sembra lasciare soltanto le briciole del proprio tempo, pur mantenendo nei confronti di Ella un atteggiamento autoritario, pungente, spesso giudicante. Tra i due, da tempo, non esiste più la coppia che erano stati: sono rimaste poche occasioni per guardarsi davvero, sorridere, parlarsi, toccarsi. La complicità e l’intimità sembrano essersi consumate senza che nessuno dei due abbia avuto la forza, o forse la volontà, di fermarsi a chiedersi perché.

Ella è troppo presa da Ilaria. Aurelio è troppo preso dal lavoro. E nel mezzo, lentamente, il loro matrimonio si svuota.

Poi accade qualcosa.

Dopo essere andata a riprendere Ilaria da un allenamento di tennis, Ella la vede uscire dalla macchina per fare una telefonata. La ragazza si ferma in mezzo alla strada, distratta dal cellulare. Una macchina arriva a grande velocità e per un istante sembra inevitabile che la travolga.

Ella guarda. Non fa nulla. Rimane immobile, paralizzata, mentre sua figlia rischia di morire.

A salvarla è Duccio, il cane, che abbaia e richiama l’attenzione di Ilaria, permettendole di accorgersi della macchina e fare un passo indietro appena in tempo.

Ilaria è salva. Ma da quel momento qualcosa tra lei e sua madre si spezza.

È questo l’episodio che dà origine alla vera confessione di Ella. La ragazza, quella sera, decide improvvisamente di andare dalla nonna, prepara una borsa e se ne va. Ella precipita nel senso di colpa, nell’angoscia, nella paura che Ilaria abbia visto quello che è realmente accaduto: sua madre avrebbe potuto salvarla e non l’ha fatto. Ma perché?

Come può una madre, che ha costruito tutta la propria esistenza intorno alla figlia, restare immobile mentre quella stessa figlia rischia di morire?

È questa la domanda che accompagna il lettore per tutto il romanzo. E la risposta non è semplice.

Forse Ella è semplicemente esausta. Forse è una donna che ha progressivamente smesso di esistere al di fuori del proprio ruolo materno, fino a non riconoscersi più. Forse quell’istante di immobilità non è un gesto deliberato, ma la manifestazione estrema di un logoramento che dura da anni.

Non c’è giustificazione per ciò che accade. Ed è proprio questa l’inquietudine più profonda del romanzo: Susy Galluzzo non cerca di assolvere Ella, ma neppure ci permette di condannarla con facilità.

Perché Ella è una madre imperfetta. E, prima ancora, è una donna. Una donna che ha smesso lentamente di riconoscersi.

Ilaria, dopo quell’episodio, non si fida più di lei. La teme, la evita, la respinge. Non è più soltanto la ribellione di una tredicenne nei confronti della propria madre: è la reazione di una figlia che ha visto incrinarsi il proprio punto di riferimento.

Il romanzo diventa, così, anche un doloroso gioco di prospettive: quanto conosciamo davvero i nostri figli? E quanto loro conoscono noi?

Ella è convinta di conoscere Ilaria meglio di chiunque altro. È stata sempre con lei, ha rinunciato alla propria carriera, ha organizzato la propria vita intorno alle sue necessità. Ma proprio questa dedizione assoluta sembra aver creato una relazione nella quale l’amore si è mescolato alla paura, alla dipendenza, al controllo e al bisogno di sentirsi indispensabile.

Ed è qui che Quello che non sai diventa un libro profondamente scomodo.

Perché parla di qualcosa che molte madri conoscono, ma che pochissime hanno il coraggio di dire: amare un figlio immensamente non significa essere sempre felici di essere madri.

Ella scrive alla madre:

“Ho una figlia. Sei sorpresa, vero? Eri così contrariata dalla mia scelta di non avere figli per via della carriera. Dicevi che era una decisione di Aurelio, non mia. Già, sono madre anch’io. E tu sei nonna. Contenta? Si chiama Ilaria, ha tredici anni, compiuti a marzo. È la mia vita. E anche la mia morte.”

In queste poche parole c’è tutto il paradosso della maternità raccontata da Susy Galluzzo: l’amore assoluto e, nello stesso tempo, la fatica di sostenerne il peso.

Ella ha sacrificato la propria carriera e gran parte della propria identità per Ilaria. Ha smesso di essere la donna che era prima di diventare madre. E, nel farlo, non ha semplicemente rinunciato a un lavoro: ha rinunciato progressivamente a parti di sé.

È un processo che il romanzo racconta con particolare lucidità.

“Mi rimproverava il fatto che dalla nascita di nostra figlia i momenti per noi due fossero troppo pochi e che a me stesse bene così, che non facessi sforzi sufficienti per ritagliarci qualche pausa. Che non ci tenessi. Era vero. Mi sono sempre fatta moltissimi scrupoli a lasciare Ilaria a casa con la baby-sitter, andare via per un week-end poi era quasi inconcepibile per me. «È un bisogno tuo, Ella, non suo. Non riesci a staccartene». Aurelio aveva ragione. Io lo amavo, e lo amo ancora tanto, Mamma, ma stare senza Ilaria mi faceva sentire esposta, nuda, fuori posto. L’avevo desiderata troppo.”

Quanta verità c’è in quel “non riesci a staccartene”.

E quanto è difficile, per una madre, riconoscere che talvolta non è soltanto il figlio ad aver bisogno di lei: è lei ad avere bisogno di sentirsi necessaria.

È un confine sottile, quasi invisibile.

Ella non si accorge di quanto la maternità abbia progressivamente occupato ogni spazio della sua esistenza. Il rapporto con Aurelio si svuota, il lavoro è una prassi accessoria, le amicizie e gli interessi passano in secondo piano. Persino il proprio corpo sembra diventare qualcosa da mettere dopo tutto il resto.

“Non ci vedevamo praticamente più. Ormai Aurelio viveva in ospedale, con poche visite a casa. Qualche coccola a Ilaria e poi se ne andava davanti alla TV. Era così distante! «È un anno cruciale, per me, cerca di capirmi!». Ma chi ci credeva? Non mi toccava più. Non lo facevamo da prima del parto, più di un anno prima.”

È il racconto di una coppia che si perde mentre entrambi, in modo diverso, continuano a convincersi di fare ciò che è necessario per la famiglia.

E poi c’è il senso di colpa.

Quello che accompagna ogni scelta, ogni rinuncia, ogni tentativo di ritagliarsi uno spazio per sé. Il senso di colpa di non essere abbastanza presenti, di lavorare troppo, di lavorare troppo poco, di avere bisogno di tempo, di desiderare una pausa, persino di desiderare di tornare per qualche ora alla persona che si era prima.

Agli occhi del mondo una madre dovrebbe dormire di più, tornare in palestra, curare il proprio aspetto, dedicarsi al marito, coltivare le amicizie, trovare un po’ di tempo per sé.

Dovrebbe. Dovrebbe. Dovrebbe…

Ma intanto il bambino cresce e il tempo per tutto il resto sembra non esserci mai.

Ella vive questa contraddizione fino all’estremo. E proprio per questo la sua storia può parlare anche a chi, come me, è madre.

Perché diventare madre è una delle esperienze più potenti e trasformative che una donna possa attraversare. Ma è anche un passaggio nel quale la propria identità cambia profondamente. Si modificano il corpo, il tempo, le abitudini, le priorità, il modo di guardare il mondo. E spesso cambia anche il rapporto con il proprio partner e, soprattutto, cambia il rapporto con sé stesse.

Il problema non è amare troppo i propri figli.

Il problema è dimenticare che, prima e accanto alla madre, continua a esistere una donna. Una donna con desideri, aspirazioni, fragilità, bisogni e sogni. Ella sembra accorgersene soltanto quando è ormai troppo tardi.

“Non mi riconosci più, vero, Mamma? Sono così da moltissimo tempo, ho l’impressione di esserlo da sempre ormai. Tanto che penso a quella ragazza così ligia al dovere, che mai avrebbe disertato il lavoro per piacere personale, come a un’altra persona. Ora sono svogliata, pigra, non ho alcun interesse per quello che faccio.”

È questo il vero tunnel nel quale la protagonista precipita: non soltanto la stanchezza, ma la perdita della motivazione, del desiderio, del senso di sé.

E qui Quello che non sai acquista una dimensione che va oltre la singola storia familiare. Non è semplicemente il romanzo di una madre e di una figlia. È il romanzo di una donna che cerca disperatamente di capire dove sia finita.

Nel frattempo, la famiglia si sgretola.

Aurelio ha una relazione con un’altra donna, Ella scopre il tradimento e, parallelamente, nella sua vita entra Federico, più giovane di lei, che le offre qualcosa che da tempo non riceve più: attenzione, tenerezza, desiderio. Il matrimonio finisce e Ella si allontana definitivamente da quella casa.

Anche Ilaria intraprende un percorso con la psicoterapeuta Rebecca Castelli, “Becca”, alla quale la ragazza finisce per affidarsi sempre di più. E ancora una volta Ella vive questa nuova relazione come un’esclusione: la persona che dovrebbe essere la madre, quella che più di tutti conosce la figlia, si sente progressivamente sostituita.

È un’altra delle grandi ferite del romanzo: Ella vuole essere indispensabile, ma scopre che amare davvero qualcuno significa anche permettergli di avere uno spazio che non ci appartiene.

Il rapporto tra madre e figlia, intanto, sembra ormai irrimediabilmente compromesso. Eppure la vita, proprio quando sembra non avere più nulla da offrire, ricomincia.

Federico ed Ella avranno una figlia, Vittoria. Il nome non è casuale.

“L’attesa di Vittoria, invece, è stata un turbinio di colori: le lunghe passeggiate a Villa Pamphili con Federico e Duccio, il dolce che mi concedevo la domenica alla bakery house, il mare di Santa Marinella dove abbiamo trascorso l’estate. Per questo l’ho chiamata Vittoria. Lei è la mia vittoria sulla lunga guerra contro me stessa che ho combattuto per anni, il balsamo sulle ferite che mi sono inferta da sola o che ho concesso ad altri di procurarmi.”

È un finale che apre alla speranza.

Ma, personalmente, non sono riuscita a leggerlo senza intravedere anche una venatura di tristezza.

Perché Ella, che ha dato tutto per sua figlia, alla fine quella figlia la perde. Ilaria cresce lontano da lei, vive con il padre e la nuova compagna, e la vede soltanto una volta alla settimana. E questo, per una madre, è forse il prezzo più difficile da sostenere.

Il loro rapporto, in fondo, si era spezzato già quel giorno, davanti a quella macchina grigia.

Ilaria aveva visto qualcosa nella madre che non poteva più dimenticare.

Ma forse è proprio qui che il romanzo ci chiede di fermarci. Non per giudicare Ella, non per assolverla. Ma per interrogarci.

Cosa sarebbe successo se quella donna avesse avuto qualcuno accanto prima di arrivare a quel punto? Se avesse avuto il coraggio di dire “non ce la faccio” senza sentirsi una cattiva madre? Se avesse conservato uno spazio per sé, per il proprio lavoro, per il proprio corpo, per le proprie passioni, per il proprio rapporto di coppia? Se avesse chiesto aiuto prima che la stanchezza diventasse disperazione?

Sono domande che il libro non risolve, ma che lascia dentro al lettore per dare spazio a una riflessione che dura nel tempo. Ed è forse questa la sua forza maggiore.

Susy Galluzzo, autrice

 

Susy Galluzzo, attraverso Ella, rompe l’immagine rassicurante della madre perfetta, sempre pronta, sempre paziente, sempre presente, sempre capace di amare senza stancarsi mai. Ci ricorda che una madre è prima di tutto un essere umano. E che anche l’amore più grande può diventare doloroso quando viene caricato del peso di essere tutto ad ogni costo.

Da madre, ho letto questo libro con un coinvolgimento particolare. In alcuni momenti ho provato rabbia, in altri tenerezza, in altri ancora una paura difficile da spiegare. Perché mentre leggevo Ella mi chiedevo quanto possa essere sottile il confine tra dedicarsi completamente a un figlio e smarrirsi dentro di lui.

E forse il messaggio più importante di Quello che non sai sta proprio qui. Una madre deve tifare per i propri figli. Sempre. Ma deve ricordarsi di tifare anche per se stessa.

Perché una madre non smette di essere donna nel momento in cui diventa madre. E la sua vita non diventa meno preziosa, i suoi sogni non diventano meno importanti, la sua voce non dovrebbe diventare meno ascoltata.

I figli hanno bisogno di madri che li amino. Ma hanno anche bisogno di madri che non abbiano smesso di amare sé stesse.

Forse è questo che Susy Galluzzo ci consegna alla fine del suo romanzo: non una ricetta per essere madri migliori, ma il coraggio di ammettere che nessuna madre è perfetta. Che anche una madre può essere stanca, fragile, arrabbiata, impaurita, contraddittoria. E che riconoscerlo non significa amare meno. Significa imparare ad accettare il cambiamento, imparare ad amare la nuova versione di sé, donna e madre imperfetta, coraggiosamente fragile.

Significa, forse, cominciare finalmente a non perdersi.

 

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