Roma – La Fondazione Olivetti Tecnologia e Ricerca esprime profondo cordoglio per la morte di Natasha Bondarenko, giovane ucraina proveniente dall’area di Zaporizhzhia. In un territorio in cui la guerra ha spezzato vite quotidiane, legami, studi e progetti, Natasha guardava all’Italia come alla possibilità di riprendere la propria formazione, essere accolta in un luogo sicuro e tornare a immaginare il futuro.
La Fondazione annuncia la sua morte con parole misurate. Secondo le informazioni ricevute, Natasha è deceduta dopo un lungo periodo di coma conseguente a un tentativo di suicidio compiuto nel 2025. La sobrietà non sottrae spazio alla verità, ma impedisce che un’intera esistenza venga ridotta al momento più drammatico della sua sofferenza: Natasha era prima di tutto una giovane che cercava studio, protezione e continuità dopo lo sradicamento provocato dalla guerra.
Montegiordano Marina avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di un percorso biennale di studio e accoglienza. La data fissata per l’avvio venne rinviata e il trasferimento non ebbe inizio. Secondo quanto allora comunicato alla Fondazione, il differimento era collegato a questioni che interessavano la Curia locale e la concreta attuazione del progetto nella sede prevista.
Dalle comunicazioni ricevute emergeva che Natasha, già in una condizione di particolare fragilità, aveva percepito quel rinvio come la chiusura di una possibilità alla quale aveva affidato un valore profondo. Questo elemento descrive il suo vissuto e l’importanza assunta dal progetto italiano, ma non consente di stabilire un rapporto automatico di causa ed effetto fra il differimento e quanto è accaduto. La sofferenza che può condurre a un gesto estremo non può essere semplificata in una spiegazione unica.
La vicenda richiama una responsabilità sociale che non si esaurisce in un calendario, nella disponibilità di una sede o nell’adempimento formale di un accordo. Un percorso rivolto a persone vulnerabili, ma ricche di capacità e desiderose di ricostruire la propria vita, deve prevedere ascolto, continuità e alternative concrete quando una data cambia o una soluzione viene meno. L’aiuto alla vita e alla fragilità deve precedere ogni contratto e ogni interesse particolare; anche il richiamo alla sacralità della vita acquista significato soltanto quando diventa vicinanza e responsabilità concreta.
La Fondazione non attribuisce a persone, enti o istituzioni la causa del gesto compiuto da Natasha o della sua successiva morte. Ha tuttavia espresso l’intenzione di conferire a professionisti legali un mandato affinché la documentazione e gli elementi disponibili siano sottoposti alla Procura della Repubblica territorialmente competente. All’Autorità giudiziaria sarà chiesto di valutare, nella propria autonomia, se siano necessari ulteriori approfondimenti e se sussistano eventuali profili di responsabilità personale riferibili, ove ne ricorrano i presupposti, a soggetti che abbiano operato nel territorio cosentino.
Non viene indicato alcun responsabile e non viene formulata alcuna accusa nei confronti di persone determinate. Ogni valutazione spetterà esclusivamente agli organi competenti, nel rispetto della presunzione di innocenza, della riservatezza delle persone coinvolte e dei fatti che potranno essere accertati. La Fondazione considera questo passaggio doveroso per consentire che la verità sia cercata nelle sedi proprie e perché la memoria di Natasha riceva giustizia e onore, senza trasformare il dolore in un verdetto pubblico.
Rimane l’immagine di una figlia che la Fondazione non ha mai potuto accogliere. La guerra le aveva già sottratto sicurezza, continuità e il contesto nel quale costruire serenamente il proprio domani; l’Italia rappresentava, nel suo sguardo, la possibilità di una vita migliore. Ricordarla significa custodire quel desiderio e farne un impegno: davanti alla fragilità di altri giovani, nessun contratto, interesse, formalità o procedura dovrà mai diventare più importante della persona.

