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L’informazione che aiuta a riflettere, per affrontare la fase 2 nella consapevolezza

La parola è un’arma, e lo è tanto più se usata da chi della parola ne fa una professione, come il giornalista. La parola ha il potere di creare e di distruggere. Molta informazione in questo momento ci sta bombardando di parole utilizzate in maniera, per così dire, distruttiva. Parole come “apocalisse”, o frasi come “pronti a un nuovo picco”, o “il peggio deve ancora arrivare”. Siamo al calcio d’inizio della cosiddetta fase 2, e stiamo vivendo questo momento in uno stato d’animo inedito, che oscilla tra l’euforia di poter uscire e la paura di ripiombare nella fase 1. Alcuni giornali si stanno letteralmente scatenando, a tal proposito, facendo la gara del titolo più urlato o “acchiappa click”, ma non si stanno chiedendo se questo possa allarmare o mettere il lettore in uno stato di ulteriore confusione e smarrimento.

La fase 2 è indubbiamente una condizione in cui si gioca il nostro futuro. Dovremo imparare a convivere con il coronavirus al di fuori delle mura domestiche, e non possiamo permetterci leggerezze o ribellioni personali. Da domani è concesso andare a trovare i parenti, ma con molta cautela, mantenendo il distanziamento e l’uso della mascherina. Per il resto dei rapporti che abbiamo (amicizie, colleghi di lavoro, sodalizi, ecc.) servirà del tempo. Dobbiamo aspettare, perché non sono “urgenti” o per lo meno non è necessario rivedersi a tu per tu, ci si può telefonare e videochiamare. Non dobbiamo fremere. Quando è uscito il decreto del 26 aprile c’è stata immediatamente una caccia alle streghe sulla parola “congiunto”. Cosa significa? A chi si riferisce? Sono solo i parenti o anche i fidanzati e le fidanzate? Mai una parola così semplice e pure così ambigua in questo contesto è riuscita a scatenare una confusione generale, mista a rabbia e ironia, lasciando spazio a interpretazioni fai da te con tanto di articoli e fake news. In effetti, nel decreto del 26 aprile questa parola compare solo due volte, e non è stata approfondita con dovute specifiche. Solo nei giorni seguenti è stato dato, con un ritardo goffo e poco avveduto, un’opportuna definizione. I congiunti sono gli affetti stabili: parenti, ma anche conviventi e fidanzati.

La fase 2 ci mette di fronte ai nostri limiti e alle nostre virtù, alla sfida di saper gestire concessioni e restrizioni, volontà e paure, vittimismo e responsabilità. La paura di un’ondata di ritorno è fin troppo presente e concreta. Già in questi giorni abbiamo avuto prova che la gente in strada ha allentato le briglie, andando in giro senza mascherina o ignorando il metro di distanza. Ma spesso la stessa gente si lamenta che così facendo torneremo in quarantena. Questa contraddizione la dice lunga su tante cose: sul modo di pensare e di agire, ma anche sul fatto di non sapere più a chi dare retta, a cominciare dalle notizie. L’informazione ha il dovere di fornire al lettore una comunicazione puntuale, obiettiva e trasparente, senza scadere nel sensazionalistico o nel morboso, cosa purtroppo connaturata a un certo fare giornalistico, che però non significa perseverare. Bisogna denunciarlo come sbagliato e invitare i lettori e i fruitori di notizie a non seguire questa mala informazione, portatrice di paure e disorientamento.

La privacy, poi, è un’altra grande “vittima” del coronavirus. Le persone malate di covid e mostrate su un letto d’ospedale a tutti i tg e infotainment è pura morbosità. È la morte della sfera privata e del rispetto per le famiglie colpite, ma la tv purtroppo ci ha abituato a questa “spettacolarizzazione del dolore” già da diversi anni, a cominciare dal caso di Vermicino nel 1981. Il coronavirus è solo l’ennesima occasione per dare adito a questa curiosità morbosa di guardare con la lente di ingrandimento, varcando l’intimità della sofferenza senza il bisogno di chiedere il permesso. È un dovere del giornalista informare come inviolabile è il diritto di cronaca, ma senza andare oltre l’essenzialità dell’informazione, e oltrepassare la soglia che tocca, infrange e vìola il diritto ad essere tutelati. I malati non possono essere strumentalizzati e sacrificati sull’altare dell’intrattenimento e depredati della propria riservatezza, del decoro personale, della dignità.

All’inizio della fase 2 possiamo consolarci dei numeri in calo sui contagi, sui malati in terapia intensiva e sui decessi, ma ora la domanda che ci poniamo con più frequenza è: quando finirà tutto questo? Quante fasi dovremo attraversare prima di tornare alla normalità? Le fasi dell’emergenza purtroppo nessuno le conosce, di certo non possiamo restare sospesi in questa situazione troppo a lungo, senza libertà, senza lavoro e senza prospettive. Certamente adesso abbiamo una maggiore consapevolezza della situazione e questo può giocare a nostro vantaggio, anche se troppa gente si vede in giro senza mascherina. Ma un dato forse stiamo trascurando in questo periodo: cosa sta accadendo intorno a noi?

La pandemia ha avuto un effetto talmente invadente sulla nostra vita che ci ha fatto distogliere lo sguardo verse tante problematiche altrettanto gravi e urgenti. Quanti bambini muoiono per mancanza di acqua potabile, di ospedali, di cure, di cibo? E quanti sono costretti a imbracciare il fucile e andare a combattere a 10 anni? Quanti ettari di foresta sono stati bruciati in Amazzonia? Quanti migranti muoiono nel tentativo di scappare dai conflitti? E quante donne vengono violentate, mutilate, bruciate, sfregiate nel silenzio del mondo? Ora non abbiamo tempo per parlarne, perché esiste solo il coronavirus. Un po’ come accade con la settimana di Sanremo, quando i palinsesti di tutti gli altri canali vengono modificati perché in fondo è inutile darsi da fare, tutti guardano solo Rai 1 in quei giorni. Il coronavirus sta creando lo stesso effetto, e ci sta facendo diventare indifferenti verso il resto dell’attualità a livello mondiale. I morti per covid sono senza dubbio la tragedia più grande di questi ultimi mesi, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Ma, come sempre, anche qui gioca un ruolo fondamentale l’informazione, con il suo potere di incanalare l’interesse pubblico.

In questo nuovo inizio chiamato “fase 2” è opportuno, dunque, interrogarsi su come agire nei prossimi giorni e in futuro, per non cadere negli stessi errori. Errori per la salute, ma anche per la cognizione di ciò che abbiamo intorno. “Le parole sono pallottole e hanno il potere di cambiare il mondo”, diceva il nostro maestro del giallo, Andrea Camilleri. Sono come il piombo, e hanno un peso che può determinare l’evoluzione della nostra volontà. A questo serve la parola e in primis la corretta informazione: a cambiare il mondo a partire dalla nostra coscienza, ad allargare lo sguardo in virtù di una maggiore consapevolezza non solo del coronavirus ma della realtà al di là del contingente. Solo attraverso un’informazione che faccia riflettere si può davvero aiutare in modo concreto a ragionare e agire con cognizione di causa. Le persone spesso si sentono smarrite e vittime degli eventi perché non sanno cosa fare, a chi appellarsi, a chi credere. Per questo è importante guardare le cose da un’altra prospettiva, più lucida e completa attraverso la corretta informazione, per essere protagonisti consapevoli e attivi della realtà, anche stando a casa.

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