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App immuni, un’applicazione innovativa ma non sempre compatibile

Redazione – Sono passati più di tre mesi dallo scoppio del virus Covid-19 e, in vista della ripresa economica e sociale del nostro Paese, molte sono le preoccupazioni ed apprensioni che ci portano a pensare di poter nuovamente ripiombare in un nuovo stato di emergenza.

In punta di piedi, in questa seconda fase la quotidianità sembra riprendere il suo corso. Si impara a convivere con il virus e a far si che, le nostre abitudini, il lavoro o l’uscita con gli amici, possano svolgersi “normalmente”, pur indossando guanti e mascherine e rimanendo ad un metro di distanza. Infatti, se con la fase 2 è terminato il nostro periodo di quarantena, norme di prevenzione e sicurezza continuano ad essere vigenti ed intensificate sopratutto con la riapertura dei confini, uffici e luoghi comuni.

Dai tamponi drive-in, al termoscanner che misura a distanza la temperatura corporea, molti sono gli escamotage che ad oggi cercano di monitorare l’andamento dei contagi e la diffusione del virus. Ultima ad arrivare e tanto ad essere critica è lmmuni, l’app creata appositamente per combattere le epidemie, quali il Covid-19. Finalità del sistema, basato sulla tecnologia Bluetooth Low Energy, è quello di rintracciare il prima possibile utenti contagiati, anche gli asintomatici. Naturalmente non parliamo di un dispositivo medico, il suo compito è quello di prevenire, una volta diagnosticato clinicamente il caso positivo, ulteriori infezioni. Ma vediamo di capire concretamente la funzionalità dell’applicazione software, riprendendo l’esempio riportato dl sito ufficiale, www.immuniitalia.it:

“Consideriamo l’esempio di Alice e Marco, due ipotetici utenti. Una volta installata da Alice, l’app fa sì che il suo smartphone emetta continuativamente un segnale Bluetooth Low Energy che include un codice casuale. Lo stesso vale per Marco. Quando Alice si avvicina a Marco, gli smartphone dei due utenti registrano nella propria memoria il codice casuale dell’altro, tenendo quindi traccia di quel contatto. Registrano anche quanto è durato il contatto e a che distanza erano i due smartphone approssimativamente.

I codici sono generati del tutto casualmente, senza contenere alcuna informazione sul dispositivo o l’utente. Inoltre, sono modificati diverse volte ogni ora, in modo da proteggere ulteriormente la privacy degli utenti. Supponiamo che, successivamente, Marco risulti positivo al SARS-CoV-2. Con l’aiuto di un operatore sanitario, Marco potrà caricare su un server delle chiavi crittografiche dalle quali è possibile derivare i suoi codici casuali. Per ogni utente, l’app scarica periodicamente dal server le nuove chiavi crittografiche inviate dagli utenti che sono risultati positivi al virus. L’app usa queste chiavi per derivare i loro codici casuali e controlla se qualcuno di quei codici corrisponde a quelli registrati nella memoria dello smartphone nei giorni precedenti. In questo caso, l’app di Alice troverà il codice casuale di Marco, verificherà se la durata e la distanza del contatto siano state tali da aver potuto causare un contagio e, se sì, avvertirà Alice.”

Parliamo quindi di un metodo innovativo in grado di rintracciare velocemente possibili contatti e al tempo stesso tutelare la privacy della persona. Infatti, l’app immuni non è in grado di raccogliere dati di geolocalizzazione, GPS e personali. I dati salvati sullo smartphone sono cifrati e successivamente cancellati quando non saranno più utili. Ma continua la suscettibilità da parte degli utenti che, in un primo momento, vedevano l’app come un sistema minaccioso, in grado di reperire informazioni personali e dunque violare la propria privacy. Adesso le impressioni negative vertono invece sulla sua effettiva attendibilità e reale funzionalità. Per poter garantire la sua efficienza, il sistema software deve essere scaricato da una buona percentuale di persone su un dispositivo compatibile di ultimissima generazione in quanto, per le notifiche, immuni utilizza l’ultima tecnologia Apple o Google. Dunque, un problema non indifferente se si considera che un rilevante numero di utenti utilizza versioni precedenti di iOS, Android e Google Play Services e dunque sistemi non supportati dall’app “antivirus”. Ad oggi, non è ancora stata trovata soluzione in merito alla incompatibilità dell’applicazione da parte di alcuni dispositivi, con la speranza che possano al più presto essere supportati ed inclusi nella nuovo sistema tecnologico.

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