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Pandemia, avvocati praticanti in balia di decisioni fallimentari: il grido di dolore corre sul web

Roma – Una lettera aperta è stata diramata sul web per parlare della situazione in cui versano attualmente i praticanti avvocati iscritti alla sessione d’esame dicembre 2020, il cui unico modo per farsi sentire rimane quello di sperare che i quotidiani nazionali gli diano voce, di fronte alla situazione sempre più vergognosa in cui si trovano da più di sei mesi a questa parte.

“Perché in questo Paese c’è bisogno che qualcuno ne parli, – si legge nella nota scritta da un praticamente avvocato di nome Margherita- c’è bisogno che la categoria dei “praticanti avvocati” non rimanga più una figura mitologica, ma diventi un’entità concreta, degna di attenzione e di tutela.

Come sappiamo, la pandemia ha reso essenziale strutturare in maniera alternativa gli esami di abilitazione professionale, tant’è che per tutte le professioni è stato previsto lo svolgimento di un’unica prova orale.
Non tutte in realtà.
Gli aspiranti avvocati, infatti, si trovano da ormai più di sei mesi in balia di decisioni che si stanno rivelando fallimentari e ben lontane dall’esigenza di gestire la loro abilitazione conformemente alle necessità dettate dalla crisi sanitaria mondiale.
Dopo il fallimentare tentativo dell’ex Ministro Bonafede di operare un semplice rinvio delle prove scritte da dicembre 2020 e aprile 2021, l’attuale Ministro Cartabia è intervenuta celermente sul tema prevedendo lo svolgimento di due prove orali, che sarebbero dovute iniziare il 20 maggio. È stato l’inizio di una serie di disfunzionamenti organizzativi che sono culminati nel data breach del 13/5, in cui i dati personali di decine e decine di candidati sono diventati visibili agli altri iscritti (nome, cognome, nascita, indirizzo, carta d’identità, tessera sanitaria, eventuali precedenti domande…) e a seguito del quale il ministero non si è degnato di fare alcuna tempestiva comunicazione ufficiale. Solo la sera del 16 maggio, il quotidiano ufficiale del Ministero della Giustizia ha affermato l’imminente riavvio della piattaforma online e un possibile slittamento dell’inizio delle convocazioni. Convocazioni che i praticanti appartenenti alle Corti di Appello più grandi (Roma, Napoli, Milano) e alcune altre più piccole non hanno ancora ricevuto.

Di fronte a tutto questo caos, come mai non è stato previsto – come per le altre professioni – lo svolgimento di un’unica prova orale invece che perseverare a volerne far sostenere due? Una che non inizierà prima di giugno e una da calendarizzare chissà quando? Tenuto conto che alcune convocazioni per la prima prova sono state fissate solo a settembre?
Il rischio concreto è che 26.000 praticanti si iscriveranno cautelativamente agli scritti di dicembre 2021, sommandosi ai nuovi candidati e raddoppiandone il numero, in un periodo in cui non potremo ancora dire di essere fuori dalla pandemia. E così ricomincerà il ciclo per centinaia di migliaia di praticanti, che forse conseguiranno l’abilitazione l’anno successivo, o forse no, ostaggi di un esame ormai obsoleto e assolutamente senza senso.

Vorrei precisare – si legge nella nota tipo –  che l’esame ordinario di abilitazione può essere sostenuto solo dopo lo svolgimento di 18 mesi di tirocinio in uno studio legale, durante il quale ogni praticante è sottoposto a tre accertamenti obbligatori presso l’Ordine degli Avvocati della propria Corte di Appello (ognuno ogni sei mesi) per verificare lo svolgimento della pratica stessa. Alla fine dei 18 mesi, la pratica viene poi certificata dalla Corte di Appello in presenza di determinati presupposti: aver assistito ad un determinato numero di udienze, aver redatto un determinato numero di pareri e questioni giuridiche nonché aver superato con esito positivo i suddetti colloqui di accertamento. Solo tale certificazione permette di iscriversi all’esame di stato.

Non stiamo quindi parlando dell’abilitazione di quattro sgallettati, ma di persone che hanno svolto regolarmente la loro pratica e tutti gli adempimenti connessi, spesso in condizioni lavorative vergognose, non pagati o sottopagati, lavorando spesso in nero e costretti successivamente a frequentare corsi di preparazione all’esame di stato che costano millemila euro, oltre all’acquisto dei codici e dei manuali per la preparazione, costi che la maggior parte delle volte sostengono i genitori, in quanto i praticanti guadagnano una miseria (sempre che guadagnino) nonostante le giornate intere spese tra cancellerie, tribunali, redazione atti, mansioni di segreteria e – perché no – il ritiro al lavasecco della toga del dominus.
Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ho conosciuto persone squisite nella categoria degli avvocati, ma non prendiamoci in giro, nella maggior parte dei casi è così: il paradosso di chi lavora nell’ambito del diritto e vede il proprio diritto al lavoro calpestato tutti i giorni.

A fronte di tutti questi adempimenti, in piena pandemia, perché ci si ostina a voler far svolgere due prove ai candidati? Persone ormai provate, esaurite, alle quali sembra di essere in balia di un’ordalia gladiatoria invece di un’abilitazione professionale.
La seconda prova, per altro, richiede di studiare nuovamente materie per le quali abbiamo sostenuto gli esami durante l’università (diritto ecclesiastico, diritto internazionale, diritto tributario…). Che senso ha? Significa che i 30/35 esami della nostra laurea magistrale non bastano? Che questa laurea non vale assolutamente nulla?

Anche se non fossimo in piena pandemia, è ormai risaputo che l’esame di abilitazione alla professione di avvocato è una cosa senza senso.
Prima prova: redazione di tre prove scritte di 7 ore per tre giorni di fila, correzioni dopo mesi, compiti intonsi privi di correzioni senza la possibilità di sapere perché si è stati bocciati.
Seconda prova: orale sulle materie universitarie sopra citate, con il rischio concreto di essere bocciati nuovamente e ripetere ancora questo ciclo vizioso e paradossale.
E, ricordiamoci, tutto questo studio deve essere incastrato tra gli orari di lavoro e i corsi di preparazione delle scuole forensi che si tengono solitamente durante il weekend.
Cosa succede invece nelle altre professioni? DUE SESSIONI DI ESAME DI STATO ALL’ANNO! E stiamo parlando delle professioni sanitarie, ben più delicate di quelle forensi. Noi, se va bene, ci mettiamo almeno un anno ad abilitarci.
Tutto ciò è assolutamente paradossale, qui di va al di là della singola sessione 2020, si parla del futuro di studenti che si trovano ancora all’università e che già adesso non hanno futuro in questo mondo forense, ma solo una prospettiva di lavoro a gratis o sottopagato, sacrifici, frustrazione, sforzi vani e cicli infiniti per svolgere un esame che più che un’abilitazione professionale sembra una bolgia infernale dantesca.
Ci sono due necessità.
Una, più urgente, di AIUTARE CONCRETAMENTE i praticanti della sessione 2020, riducendo le prove da sostenere. Perché i candidati non passano le giornate a fissare un muro, ma lavorano e hanno una vita privata da gestire, e non possono rimanere altri sei mesi in balia di un’abilitazione che HANNO IL DIRITTO DI PRENDERE.
Nel 1940 mio nonno venne chiamato alle armi dopo l’entrata in guerra dell’Italia: all’epoca ridussero la durata del corso universitario a 2 anni e mezzo. Dal momento che questa pandemia è paragonabile ad una guerra (a livello di difficoltà creatisi), come mai ci si ostina a ostacolare questa categoria?
La seconda è quella di una CONCRETA riforma dell’abilitazione professionale degli avvocati,
Continuiamo a leggere e sentire la parola “giovani” ovunque, continuiamo a sentire che si tratta di una categoria che va tutelata e a cui vanno date nuove speranze.
I praticanti avvocati costituiscono una parte di questi “giovani” e hanno diritto ad un esame di abilitazione degno di questo nome, non ad un percorso a ostacoli che rende invece impossibile l’accesso alla professione.
Martin Luther King disse: “può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”.
I praticanti hanno deciso di non stare più zitti, ma di farsi sentire e provare a cambiare qualcosa.
Penso anche che pubblicare questa lettera costituisca una responsabilità di tutti, soprattutto dei quotidiani, se vogliamo davvero dare una speranza a questi giovani e fargli sentire che non sono da soli.”

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