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Il reintegro dei medici no vax è l’anticipazione di una scadenza naturale

Alla Dire il presidente della Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), Giovanni Migliore: "I pazienti non corrono rischi"

ROMA – “Se riportiamo la questione su un piano tecnico, siamo semplicemente di fronte all’anticipazione di una scadenza naturale che, comunque, sarebbe arrivata fra un paio di mesi. Una scadenza naturale che, tra l’altro, avviene in un momento diverso della storia della nostra convivenza con il virus”. Così, all’agenzia Dire, il presidente della Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), Giovanni Migliore, commenta le scelte dell’esecutivo di reintegrare i medici no vax e di sospendere l’obbligo vaccinale per il personale sanitario.

EVENTUALI PROBLEMI SOLO PER I SANITARI CHE HANNO RIFIUTATO LA VACCINAZIONE

“Se ci saranno problemi – e io mi auguro, anzi sono certo che non capiterà – saranno solo per i sanitari che hanno rifiutato la vaccinazione, perché è abbastanza chiaro che il problema è esclusivamente legato alla possibilità di infettarsi, purtroppo, per i lavoratori che non hanno aderito alla campagna vaccinale“.
“Oltre che quella di organizzare i servizi- aggiunge Migliore- la nostra responsabilità come datori di lavoro è utilizzare tutte le risorse disponibili, e certamente questo è un provvedimento che va in quella direzione. Bisogna, però, farlo correttamente, cercando di valutare bene il rischio che questi lavoratori corrono non essendo vaccinati, anche se per scelta personale”.

LE EVENTUALI LIMITAZIONI PER I SINGOLI CASI NEL REINSERIMENTO AL LAVORO

Quindi, “caso per caso, a seconda delle situazioni in cui si troveranno a operare- sottolinea- saranno le direzioni aziendali, tramite la medicina del lavoro, dei servizi che regolano sostanzialmente l’abilità dei sanitari alla mansione, a indicare eventuali limitazioni per i singoli casi nel reinserimento al lavoro. Come è stato in epoca prevaccinale- sottolinea il presidente Fiaso- queste limitazioni, e oggi siamo in un momento diverso, impongono in ogni caso a questi lavoratori l’utilizzo dei dispositivi di protezione. Cercherei davvero di ricondurre il tutto a un fatto tecnico più che a una decisione di carattere politico“.
Migliore prosegue spiegando che “di fatto applichiamo le norme che vengono fatte e in questo caso la norma, nei fatti, consente ai sanitari di essere nuovamente iscritti all’Ordine professionale e di essere impiegati nelle aziende sanitarie, chiamate poi a valutare l’esposizione al rischio e a inserirli nel modo corretto all’interno dei reparti e dei servizi”.

L’INSERIMENTO DI MEDICI E INFERMIERI NO VAX

“Attraverso una valutazione del rischio– precisa- medici e infermieri no vax saranno inseriti laddove verranno identificate quelle situazioni ambientali che ne consentano il pieno utilizzo. E se avviene per il medico, per il professionista o l’operatore sanitario che non ha effettuato la profilassi vaccinale anti Covid, questo accade anche per tutti i lavoratori sottoposti alla sorveglianza sanitaria e che, a seconda del profilo di rischio, vengono utilizzati in modo differente”.
“Ad esempio- informa Migliore- gli infermieri che hanno la limitazione al sollevamento dei carichi vengono utilizzati nei reparti pediatrici, dove i pazienti hanno, ovviamente, un peso differente. È una valutazione assolutamente normale per i nostri servizi”.

IL DOCUMENTO DI VALUTAZIONE DEI RISCHI (DVR)

“Reparto per reparto- afferma poi- abbiamo un documento ai sensi della normativa sulla tutela dei lavoratori, il documento di valutazione dei rischi, il Dvr, che tiene conto della stratificazione del rischio a esposizione da agenti biologici. È ovvio che, a seconda del rischio differente da reparto a reparto, i lavoratori impiegati sono quelli che possono sostenere il rischio. È altrettanto evidente che questi lavoratori sanitari, medici e infermieri, prima di rientrare al lavoro verranno screenati con una certa periodicità per verificare una eventuale positività al Sars-CoV-2“.

IL TAMPONE MOLECOLARE PRIMA DI ENTRARE A LAVORARE IN OSPEDALE

A proposito di rischio, Migliore rende noto che “prima di entrare in ospedale, devono essere sottoposti a tampone molecolare e, se positivi, saranno sottoposti a isolamento. Qualora fossero negativi, rientrano a lavoro, utilizzano i dispositivi di protezione individuale e la sorveglianza sanitaria, ovvero la funzione aziendale preposta al corretto uso dei lavoratori, deciderà caso per caso, ovviamente anche in base al profilo complessivo dell’operatore sanitario”.
Questo perché, continua Migliore, “bisogna distinguere tra l’operatore sanitario di 20 anni e che non ha altri rischi e un medico o un operatore sanitario che ha, invece, oltre 60 anni. Se quest’ultimo, oltre al rischio biologico dovuto all’esposizione al Sars-CoV-2, ha una patologia cardiovascolare, sarà giustamente tutelato adeguando la sua esposizione alla condizione di salute”.

I PAZIENTI NON CORRONO RISCHI

“Voglio poi sottolineare- spiega- che i pazienti non corrono rischi, perché nelle nostre strutture vengono utilizzate le procedure che, in ogni caso, mettono al riparo i pazienti fragili dall’esposizione al rischio. Come datore di lavoro penso che il rischio riguardi la tutela di quanti, in maniera a mio avviso antiscientifica e assolutamente non condivisibile, non hanno effettuato la vaccinazione“.
In conclusione, “oggi la normativa ci consente di utilizzarli e li utilizzeremo adeguatamente nel luogo che garantisce tutti, compresa la possibilità di far sì che questi professionisti contribuiscano all’erogazione di servizi”, chiude Migliore. (www.dire.it)

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