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‘Rosaremo’, dal canottaggio benefici fisici per donne operate di tumore a seno

Simona Lavazza, ex atleta, è presidente dell'associazione che collabora con la Breast unit Asl Roma 1

Roma – “‘Rosaremo’ è un’associazione sportiva no-profit voluta e fondata da dieci donne che hanno avuto il tumore al seno e che, attraverso il canottaggio, si sono riappropriate della loro vita”. È entusiasta quando racconta come è nata la sua associazione Simona Lavazza, romana, 53 anni, mamma di due figlie. Da 29 anni lavora in Rai come costumista e da pochi giorni è tornata da Sanremo, reduce da un “impegnativo” (dice) dietro le quinte al Festival della Canzone Italiana.
Simona ha un passato difficile, per due volte si è ammalata di tumore al seno a causa del gene BRCA1, oggi noto come ‘mutazione Jolie‘ (dal nome dell’attrice statunitense), che predispone fortemente alla malattia. La prima diagnosi di ‘tumore triplo negativo’, tra i più aggressivi in assoluto (perché nessuno dei tre bersagli molecolari contro i quali esistono trattamenti mirati si riscontrano sulle sue cellule), è arrivata quando aveva 33 anni, la seconda, esattamente dieci anni dopo, a 43. Nel frattempo, per “non farsi mancare nulla“, racconta in modo ironico, ha avuto un dermatofibrosarcoma, una rara forma di tumore del derma a basso grado di malignità.
“Ma non ho mai smesso di fare sport- racconta Simona alla Dire- da ragazza praticavo canottaggio agonistico e la malattia non mi ha fermata. Ho continuato ad allenarmi, anche durante le terapie, perché lo sport è fondamentale per le donne malate di cancro sia per i benefici fisici che apporta sia per quelli psicologici. L’idea di ‘Rosaremo’ è nata nel 2015 con lo scopo di far avvicinare più donne possibili a questo sport; all’inizio ero da sola, indossavo una canottiera rosa e andavo a fare le gare. Poi col tempo hanno iniziato ad unirsi anche altre donne, fino a quando, nel 2019, abbiamo costituito una ASD (Associazione sportiva dilettantistica). Oggi siamo in 15 e ci alleniamo tre volte a settimana sul Tevere, due al Circolo Canottieri Aniene e una al Salaria Sport Village, con il supporto di allenatori esperti, fisioterapisti, oncologi e psicologi”.
Il gruppo di atlete di ‘Rosaremo’ è ‘misto’: “Ci sono donne che hanno superato la malattia, altre che stanno facendo la chemioterapia e altre ancora che sono in follow up. Ovviamente- spiega la presidente dell’associazione- il numero delle partecipanti è altalenante, alcune riescono ad allenarsi con costanza e altre meno. Tutte, però, sono accomunate dalla volontà di stare insieme all’aria aperta e di praticare attività fisica“. Ma c’è un messaggio che vuole rivolgere ad altre donne che vivono un momento di difficoltà? Perché dovrebbero venire a remare insieme a voi? “Intanto perché fare sport è ormai diventata una cura a tutti gli effetti, è come prendere una medicina- risponde Simona alla Dire- E poi perché il canottaggio, così come altre attività fisiche, è una opportunità per riprendere in mano la propria vita. Quando ti imbatti in un tumore al seno diventi un ‘oggetto pubblico’: durante le visite sei costretta a sentirti addosso mani estranee e perdi in un certo senso la tua intimità. Con lo sport, invece, riesci a riappropriarti dei tuoi spazi e del tuo corpo. Da ogni esperienza, anche brutta, può nascere un’occasione”.
A differenziare ‘Rosaremo’ da altre associazioni, intanto, è la stretta collaborazione (per la parte scientifica del progetto sportivo) con la Breast Unit della ASL Roma 1. A dirigere la Breast Unit è la dottoressa Maria Alessandra Mirri, che alla Dire racconta: “Il possibile beneficio degli sport di remo, in particolare del remare per le donne operate al seno, nasce da un’intuizione di un medico canadese agli inizi degli anni Sessanta. Egli notò come l’uso del remo, in tutte le sue forme, offre moltissimi benefici a livello muscolo-scheletrico, mettendo in movimento quasi tutti i distretti muscolari del corpo, in un movimento armonico progressivo e fluido (aerobico) che va dagli arti superiori al cingolo scapolare, fino ai muscoli paravertebrali e del bacino e a quelli degli arti inferiori”. La sola attività fisica moderata o vigorosa, se praticata regolarmente almeno 150 minuti a settimana, appare poi in grado di ridurre del 12-13% la mortalità cancro-specifica negli individui adulti. Un articolo pubblicato sulla rivista scientifica americana ‘Jama’ nel 2016 documenta in una coorte di oltre un milione di individui adulti sani (raccolti da 2 studi americani ed europei) come vi sia una stretta correlazione tra i livelli di attività fisica esercitata nel tempo libero e una aumentata incidenza di 26 tipi di tumore.
“Questo- prosegue la dottoressa Mirri- significa che l‘attività fisica può giocare un ruolo fondamentale nella prevenzione primaria oncologica. Ma purtroppo il valore dello sport negli individui affetti da tumore, nonostante le numerose evidenze, incontra ancora dubbi e resistenze”. Durante le terapie attive (biologiche-chemio, immunoterapia e radioterapia) il movimento aiuta infatti a ridurre gli effetti collaterali come nausea, fatigue e neuropatie indotte dai farmaci chemioterapici. “In particolare nei tumori di mammella, durante e dopo le terapie oncologiche- sottolinea ancora l’esperta- il movimento è una importante arma di prevenzione secondaria, perché riduce gli effetti collaterali delle terapie, i dolori articolari, la perdita della massa muscolare e anche il tasso di recidive della malattia”.
Dal canottaggio, dunque, provengono benefici fisici ma anche psicologici. “Su una barca di 8 o 4 persone non conta il singolo ma l’equipaggio, così il far parte di una squadra riabilita la mente con la condivisione dello sforzo, dei pensieri, dei dubbi e dei problemi, aiutando la donna ad uscire dall’isolamento legato alla paura, alla stanchezza ma anche alla vergogna in cui il tumore spesso ti relega”. Secondo la direttrice della Breast Unit della ASL Roma 1, insomma, il principale vantaggio che si trae dal canottaggio è “lo stare insieme a persone che condividono i tuoi stessi problemi: dopo gli allenamenti spesso le compagne organizzano una pizza o un cinema tutte insieme, senza più vergognarsi di uscire perché hanno una protesi, una parrucca o i capelli cortissimi”. La dottoressa Mirri, infine, confida: “Anche io una volta alla settimana vado a remare con le ragazze, ma sono la più scarsa: a metà allenamento sono già stanca, mentre loro continuano a remare, come se nulla fosse. Mi prendono tutte in giro!”.
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