Giorgia Meloni ha fissato la scadenza, spazzando via anni di tabù: entro l’estate il governo varerà una legge delega per riavviare la produzione di energia nucleare in Italia. L’accelerazione dell’esecutivo risponde a una grave fragilità strutturale del Paese, costretto a importare quasi 47 Terawattora di elettricità all’anno. Per Palazzo Chigi, le rinnovabili da sole non bastano ad assicurare continuità: serve il supporto stabile dell’atomo per abbassare le bollette, ridare ossigeno alla competitività delle imprese e tentare di frenare il declino economico e demografico nazionale. La strategia non è solo normativa ma squisitamente industriale, come dimostra la recente nascita di “Nuclitalia” — newco partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo — orientata allo sviluppo dei mini-reattori modulari (SMR).
Eppure, il dibattito si scontra frequentemente con una profonda ambiguità tecnologica: quando la politica elogia il “nucleare pulito” strizza spesso l’occhio alla fusione, una tecnologia ideale a zero scorie, ma ancora lontana decenni dalla sua applicazione commerciale. I reattori realizzabili oggi e nel prossimo futuro, SMR inclusi, si basano invece sulla fissione, che genera inevitabilmente rifiuti radioattivi. Su questa linea di faglia si consuma la netta spaccatura del Parlamento. Da una parte la maggioranza e il fronte centrista, compatti nel “sì” ma con tempistiche diverse: se la Lega di Salvini preme per avere un reattore a Milano già nel 2032 e Forza Italia punta pragmaticamente sulla ricerca senza veti, leader come Calenda e Renzi appoggiano il rilancio dell’atomo da affiancare, nel lungo periodo, allo sblocco immediato delle rinnovabili. Dall’altra parte si alza il “no” categorico di centrosinistra e Movimento 5 Stelle: il Partito Democratico bolla il nuovo piano come una “distrazione di massa” visti i costi e i tempi dilatati, il M5S lo ritiene incompatibile con un modello di energia diffusa e decentralizzata, mentre l’Alleanza Verdi e Sinistra punta dritta al 100% di fonti rinnovabili entro il 2035.
Al di là delle visioni politiche, l’ambizione italiana deve però fare i conti con due macigni strutturali che raffreddano gli entusiasmi. Il primo è di natura culturale, figlio della schiacciante contrarietà popolare (superiore al 90%) espressa nei referendum post-Chernobyl del 1987 e post-Fukushima del 2011. Il secondo ostacolo è spietatamente logistico: il Deposito Nazionale. L’Italia non ha ancora un sito unico per stoccare in sicurezza i 78mila metri cubi di scorie radioattive ereditate dal passato e prodotte dalla medicina moderna. Nonostante esista una mappa con 51 aree idonee, il progetto resta paralizzato dalla sindrome “Nimby” e dalle barricate delle amministrazioni locali. Il paradosso, sollevato a più riprese dai critici, è dunque servito: la vera sfida dell’esecutivo non sarà unicamente convincere i cittadini della sicurezza dei nuovi reattori, ma spiegare come il Paese possa aprire un nuovo, ambizioso ciclo nucleare senza essere ancora in grado di chiudere definitivamente quello vecchio.

