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Il sorriso spento del popolo italiano

Editoriale – Il risveglio nelle città metropolitane è triste. Soprattutto quello di chi è costretto gioco forza a stare stipato all’interno degli autobus anticontagio del nostro trasporto pubblico. Il sorriso del popolo italiano è stato spento e non solo dalla mascherina che in Argentina chiamano “el tapaboca“, ma da un modus vivendi gradualmente imposto da una situazione a dir poco paradossale.

Che la spada di Damocle pendesse sul popolo italiano sin dall’inizio di questa scellerata pandemia da Covid 19, lo avevamo ben capito (basta leggere questo editoriale dell’aprile scorso) e avevamo ben capito anche che sarebbe durata a lungo molto a lungo.

Per chi detiene il potere terreno, seppure in forma di “protempore”, tenere un popolo sottomesso è comunque una garanzia di stabilità e di regno indiscusso, prescidendo da ogni diatriba precedente che ne avesse potuto minare le fondamenta. Alla fine di febbraio ricordiamo gli ultimi assembramenti, le feste vissute con un entusiasmo offuscato misto alla consapevolezza che quel tipo di vita a breve sarebbe andato in quiescenza.

E con una certa gradualità a distanza di pochi mesi, seppure con una ripresa della normalità da contagio abbattuto, a vacanze finite inizia il tam tam: una escalation di contagi di rientro dalle vacanze, focolai di stranieri che vanno e vengono.

Una situazione che se fosse stata progettata da qualche architetto dell’Universo non sarebbe stata tanto perfetta. Un aumento graduale, sostanziale dei contagi; una evoluzione ineccepibile di una pandemia che c’è non si nega, ma ci si può permettere almeno il lusso di contestarne modalità, effetti e ruoli sui cittadini italiani.

Poi scusate, ma non costituisce certo una consolazione il fatto che “anche in tutte le altre nazioni sta accadendo ciò”. Ci sono nazioni, come la protagonista principale che ne è uscita e che ha fatto rifiorire in pochissimo tempo l’economia mai realmente compromessa.

E non è certo il popolo della movida che può essere considerato un untore. I giovani del terzo millennio cosa altro dovrebbero fare se non stare insieme? Il popolo, la gente umana, come una volta disse il gelido presidente della Repubblica – è fatto per stare insieme. Ed ora la legge ci separa. L’esigenza di non poter stare vicini, di modificare radicalmente le abitudini, sentimenti, comportamenti di ogni giorno.

Ora siamo come programmati, chi può lavorare ci va, poi torna a casa si vede la televisione ansiogena, va a letto e se riesce a dormire si alza senza il medesimo sorriso con il quale è andato a letto.

Si è persa la battuta, la spontaneità di quartiere si è perso praticamente tutto in termini comportamentali. Non per tutti. Taluni virologi, presenzialisti, politici affaristi dall’alto della loro bambagia danno regole, e pretendono che la gente le  rispetti senza batter ciglio. Un popolo prono ha subito il primo lockdown, un popolo esasperato attende quello già organizzato da molto tempo. Tutto è compiuto, dirà chi sapeva, e chi sà.

Lo stillicidio giornaliero che impedisce di vedere un futuro alle nuove generazioni, la disperazione di chi dopo anni di sacrifici non sa se può ancora riaprire la sua attività, il ciclo produttivo è in default. E’ scongiurato il lock nazionale, poi improvvisamente: “se non rispettate le regole tutti in casa”. Non vi è molta differenza tra lo sceriffo campano e l’avvocato del popolo, che seppure con pillola indorata continua a mostrare una certa distanza: una barriera quella che separa la politica da chi ne è vittima: il popolo stesso. E la delusione non è relativa ad una sola parte politica o meno a tutta. Chi doveva urlare non urla, cinchischia, i partiti che avrebbero dovuto guidare le proteste non ci sono, fanno finta di reagire ma in realtà sanno bene che sono parte del sistema e che hanno il loro posto nell’arca dell’Alleanza.

Fuori resta il popolo un tempo sovrano, al quale mai prima d’ora, nemmeno in tempo di antiche guerre, era stato spento il sorriso in siffatta maniera. La gente del passato ha saputo soffrire con dignità, e parimenti i governi del passato hanno portato l’italiano a vivere sereno per lunghi anni.

Ora l’autunno è incerto, siamo sotto minaccia pandemica, dati che incrociano dati non certificati mai troppo bene, tanto da spingere Bruno Vespa ad eccepirli suscitando un vespaio. Perfino i conduttori filogovernativi si rendono conto che questa situazione non può più andare avanti e nelle interviste pungolano i vari ministri.

L’unica figura umama il viceministro Sileri, a lui vadano i ringraziamenti del popolo. Per il resto ora siamo robottizzati, anaffettivizzati e probabilmente anche asessuati da consigli di astinenza persino dal voler bene.

Ai posteri le ardue sentenze.

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