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L’identità perduta da ritrovare

Editoriale di Daniele SCALESE

Per essere in crisi d’identità bisogna avere un’identità.

Ne siamo talmente privi che, per sentircene un po’ addosso, arranchiamo dietro scarpe della Lidl. Appartenere a qualcosa ci rende come gli altri che hanno e fanno quel qualcosa. Ci dice di essere qualcosa.

Cerco di spiegarmi. Non sapere chi siamo ci spinge a richiedere l’accesso a un sottoinsieme che possa affibbiarci un qualche elemento identificativo. È un problema di educazione: nessuno ci educa alla scoperta di noi. La maggior parte dei genitori lascia l’incombenza dell’educazioneai cellulari. L’emulazione dell’altro nasce con la consegna di un Iphone. L’iniziazione non avviene più nella foresta ma con un videosu Tik Tok: loro fanno quei video, io li faccio per far parte diloro.

Ma la colpa non è dei genitori di ora ma dei genitori di sempre. Pensate a come siamo cresciuti noi. Fumavamo insieme agli altri e bullizzavamo insieme agli altri per farci accettare dal branco. Accedevamo a specifiche discoteche per far parte della cerchia. Finché siamo diventati adulti che ostentano acquisti superflui per sentirsialla pari di altri adulti.

Sapete cosa fanno le sette? Le sette forniscono una identità in cambio della proprietà sulla persona. Le sette sanno che abbiamo bisogno di risposte, certezze-identità – eci nutrono di quello che crediamo di volere. In tv spadroneggiano personaggi che ci nutrono di quello che crediamo di volere. Ora, sarebbe divertente paragonare la Lidl, Rete 4 e Scientology, ma restiamo su cosa chiediamo ai prodotti della Lidl: un abbozzo di identità. Mentre cerchiamo altri pezzi di identità negli abiti che sfoggiamo, nelle persone che frequentiamo, nei corsi che seguiamo. Ci eccita lavorare per Sky o Prada o altri top brand per far parte di quel sottoinsieme, identificarci con quel sottoinsieme, ed essere riconoscibili come parte dello stesso. L’appartenenza ci identifica. La setta è solo una conseguenza del quotidiano e ci dà il pacchetto intero.

Il punto è che devi scoprire chi sei per non rischiare di sbatterti da una parte all’altra come un topo da laboratorio e finire ingabbiato chissà dove. Basterebbe domandarti se fai una determinata cosaperché quella cosa tirealizza o per colmare dei vuoti. Basterebbe andare in profondità, scavare dentro di tema, in un mondo che premia la verticalità, l’ascesa continua, te lo puoi permettere di andare giù?”

 

 

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